La morte di Jacopo II da Carrara (Familiares XI, 2)

Opera: Epystolae familiares

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La morte di Jacopo II da Carrara (Familiares XI, 2)
Epystolae familiares
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Ad eundem, de statu suo deque miserabili et indigno eventu Iacobi de Carraria iunioris querimonia. [A Giovanni Boccaccio, Padova, 7 gennaio 1351]
Magnum tempus effluxit ex quo carmen tuum honustum querimoniis ad me venit, cuius, quantum meminisse valeo, summa erat quod cum iter vulgares etiam profanosque crebra otii mei vulgarentur opuscola, tu unus, quo nemo rerum mearum appetentior, nemo ex eis solamen gratius percepturus, expers talium habereris. Cui tunc aliquot versiculos reddidi, festinante quidem calamo, non aliam ob causam nisi ne lamentum tuum neglexisse me crederes, eosdemque vix ad exitum perductos inter confusos scripturarum cumulos perdidi; qui licet sepe non segni studio quesiti nunquam postea sub oculos meos redierint, nunc tamen subito preter spem se se agenti aliud ingesserunt. Intempestivum primo visum est eos ad te mittere; sed quoniam, ut ego sentio et ipsi etiam in fine testantur, “nostra tibi omnia placitura” confidimus, mutare consilium libuit simul ut me pridem tibi, dum perditos nuntiavi, non ficta locutum intelligeres. Unum tanto temporis intervallo nominatim addidisse, nequa ex parte te lateam, prope necessarium duxerim. Siquidem carmen illud meum olim tibi scriptum nunc demum ad te veniens me cum fortuna pene equis viribus congressum et velut in acie laborantem tibi offeret, non tamen sine spe magna victorie; iam me hauddubie victorem, nisi fallor, dies longior fecit. Vivendo didici vite bella tractare; iam fortune ictibus non lamenta non gemitus ut quondam, sed callum durati animi obicio et titubare solitus immobilis iam consisto. Itaque indignans illa me tanta telorum nube non ruere et minutioribus parum fidens, novissime pectus meum ingenti falarica percussit. Post nudatum nempe tantorum mortibus amicorum latus et erepta tot vite presidia, optimum michi nuper omniumque carissimum atque dulcissimum solamen ac decus meum subita et horrenda ac prorsus indigna morte preripuit, virum omni laude sed precipua quadam et angelica morum suavitate conspicuum, quem tibi ac posteris notum esse cupio, Iacobum de Carraria hunc, secundum nascendi ordine ac virtutibus et gloria longe primum, Patavi dominum imo patrie patrem, qui unus, quem ego nossem, post Siculi regis obitum toto orbe supererat amantissimus studiorum et ingeniorum cultor extimatorque iustissimus. Sed michi de illius viri laudibus dulce erit loqui et meminisse dum vixero. Quod ad inceptum attinet, ille fuit, fateor, cui omnia debebam, cui totus incubueram; illum michi abstulit fortuna, heu quam ferociter quam repente, ut subducto scilicet fundamento unico spei mee, quod simillimum veri erat, me simul everteret. Steti tamen, mestus quidem, non infitior, sed erectus sed interritus eoque securior quod vix ullum iam tale vulnus expecto; deinceps monstrum illud horrificum odero semper execraborque nec timebo. Vale.
Patavi, VII Idus Ianuarias,
raptim, stimulante nuntio.
A Giovanni Boccaccio [Padova, 7 gennaio 1351]
Passato è già molto tempo da che mi giunse un tuo carme pieno di amare lagnanze, nel quale, se or ben mi ricorda, tu lamentavi che tutto giorno alle mani de’ volgari e profani uomini venissero le cose che per piacevole passatempo io vado dettando; e tu che sopra ogni altro d’ogni mio scritto avidissimo sei, e che più di chicchessia ne prenderesti diletti, mai non giungevi a possederle. Ed io, presa la penna, così su due piedi misi insieme alquanti versi in risposta ai tuoi, solo perché non avessi tu a credere che poco conto io facessi di que’ lamenti. Ma li aveva appena finiti, che confusi nella farragine di mille altri fogli n’andarono smarriti, né per cura e diligenza che adoperassi a rintracciarli, mi venne più fatto di rinvenirli. Or ecco che, mentre pensava a tutt’altro, mi tornano innanzi. Sulle prime mi parve non essere più a proposito il mandarteli. Poi ripensando che tal tu sei, cui tutto quello che vien da me posso sperare giunga gradito, e questo stesso negli ultimi di que’ versi da me leggendosi ripetuto, mutai sentenza anche perché tu vegga com’io dicessi il vero quando ti dissi d’averli smarriti. Solo una cosa dopo tanto tempo è necessario che io ti aggiunga, perché di me tu non abbia a fare falso giudizio. Da questi versi, che tanto tempo indietro composti a te vengon sì tardi, io debbo a te parermi qual’ uomo in lotta colla nemica Fortuna, e incerto ancora dell’esito della pugna, sebbene affidato a grande speranza di uscirne vincitore. Or sappi ch’io credo omai d’averne riportata per opera del tempo vittoria compiuta. Vivendo imparai a sostener le battaglie della vita. All’impeto della Fortuna non più, come un giorno io soleva, lamenti e gemiti, ma oppongo le forze dell’animo incallito al dolore, né più vacillo, ma sto. Perché sdegnosa quella vedendo come in mezzo a tanta tempesta di dardi pur fermo io resista; né sperando che dardo comune, benché più acuto, valga ad abbattermi, d’una poderosa falarica m’ebbe or ora nel mezzo al petto colpito. E dopo aver mietuto a me d’intorno tante vite degli amici più cari, e me de’ più dolci conforti, de’ più validi patrocinii miseramente spogliato, ecco il più dolce, il più nobile, il più caro di tutti, il sostegno, il decoro de’ giorni miei con subitanea crudelissima morte ella mi ha tolto. Giacomo dico da Carrara, di questo nome secondo, primo per lume di gloria e di virtù, come d’ogni altra lode degnissimo, così per quella di singolare ed angelica soavità di costumi specchiato ed illustre; che vorrei conosciuto ed onorato da te e da quanto sono e saranno uomini al mondo, Signore di Padova, ma men Signore che padre; solo infine cui dopo la morte di re Roberto fra i principi della terra il vanto si addicesse di amico agli studi, e di protettore giusto, generoso e magnanimo dei buoni ingegni. Ma delle lodi di sì grand’uomo dolce mi sarà parlare più a lungo e rammentarmene infin ch’io viva. Io dico dunque, continuando l’incominciato discorso, che quest’uno, cui tutto io doveva, ed a cui tutto me stesso abbandonai, crudelissimamente feroce e con improvvista violenza Fortuna mi tolse, sperando forse, come alla natura delle cose consentaneo si pare, che toltami di sotto i piedi l’unica base a cui s’appoggino le mie speranze, dovessi io pure dal l’ultimo crollo e cadere a fondo. Ma non ne fu nulla. Afflitto sì, non lo nego, ma fermo sui piedi miei, indomito, impavido io mi rimasi, e contro il suo furore fatto omai più sicuro, perché di colpo simile a questo a lei ferirmi è impossibile. Or quinci innanzi di quell’indegna ed esecranda furia ch’è la Fortuna odio, abominio, disprezzo, potrò sentire; timore no mai. Addio.
Di Padova, a’ 7 di gennaio,
in somma fretta perché il messo vuol partire.
Giacomo (o Jacopo) II da Carrara fu protettore e amico di Petrarca; Signore di Padova dal 6 maggio 1345, invitò il poeta a recarsi in città molte volte, ma Petrarca vi si recò soltanto alla fine del marzo 1349. Jacopo assegnò un canonicato a Petrarca presso la cattedrale e gli diede una casa dei pressi del Duomo. Il 19 dicembre 1350 Giacomo II venne assassinato da Guglielmo da Carrara, figlio illegittimo di Giacomo I. La morte di Giacomo II segna profondamente Petrarca.
Volgarizzamento: Lettere di Francesco Petrarca, volgarizzate a cura da Giuseppe Fracassetti, Firenze, Le Monnier, 1865, vol. III, pp. 22-24.

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