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I versi per Giacomo II di Carrara (Familiares XI, 3)
I versi per Giacomo II di Carrara (Familiares XI, 3)
Opera: Epystolae familiares
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I versi per Giacomo II di Carrara (Familiares XI, 3)
Epystolae familiares
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Ad Iohannem Aretinum, Mantue dominorum cancellarium, de eodem latius. Rogas, imo vero debiti mei admones ut huius iunioris Iacobi de Carraria, viri optimi optimeque de nobis meriti, huius, inquam, qui nuper Patavi dominus dictus est, re autem ipsa nichil minus quam dominus, nichil magis quam verissimus patrie pater fuit, laudes atque fortunam stilo amplexus hinc aliquid ad te scribam, amoris scilicet merorisque participem. Parva quidem res, si superficietenus metiare; sin altius foderis, operosior forte quam putas, quoniam et pangericum viri virtus et mors exigit tragediam, preclarissima duo poetici laboris opera. [...] interdum tamen et literis, quale est illud quod, cum nudiustertius digressurus Patavo ad memoriam revocassem rogatum me ut — quod sine precibus debeo — illi caro et amato cineri aliquod epygramma subscriberem, sed diem de die trahentem neglexisse, dolui mecum et erubui quicquam omnino tam pio et tam debito obsequio prelatum. Cumque iam frequentes afforent qui me prosequerentur et in primis promissa reposcerent, que nec negari pudor sineret nec tempus impleri, quid facerem? cepi impetum, si quomodo possem, addere subitum calcar musis, profectusque cum paucis sum ad sepulcri locum, quasi licentiam quam a vivente consueveram ab exanimi percepturus. Intempestiva hora diei erat, obseratisque templi foribus et meridiantibus edituis, vix admissus, iussis expectare comitibus, accessi solus ad tumulum sedique iuxta et non responsuris ossibus multa dixi. Illic ergo pro tempore brevissimam moram trahens, non sine lacrimis sedecim elegos dictavi, ardore magis animi quam studio aut ratione artis adiutus, tradidique expectantibus amicis vix ad exitum perductos, atque abii hortatus ut si nichil aut illis aut michi interim melius occurrisset, ex his siquid placeret, eligerent arbitratu suo incidendum marmori, ad quod poliendum insignis nunc artificum desudat industria. Eos versiculos, nequid nostrum sive id serio sive raptim et ex tempore compositum ignores, in epystole huius calce subscripsi. Vale. IV Idus Maias, Leonici. Heu magno domus arcta viro! sub marmore parvo En pater hic patrie spesque salusque iacent. Quisquis ad hoc saxum convertis lumina, lector, Publica damna legens iunge preces lacrimis. Illum flere nefas, sua quem super ethera virtus Sustulit, humano siqua fides merito; Flere gravem patrie casum fractamque bonorum Spem licet et subitis ingemuisse malis. Quem populo patribusque ducem Carraria nuper Alma dedit, Patavo mors inimica tulit. Nullus amicitias coluit dulcedine tanta, Cum foret horrendus hostibus ille suis; Optimus inque bonis semper studiosus amandis, Nescius invidie conspicuusque fide. Ergo memor Iacobi speciosum credula nomen Nominibus raris insere, posteritas.
A Giovanni Aretino Tu chiedi, o per meglio dire, siccome debito mio mi rammenti che di Giacomo di Carrara il giovane, uomo egregio che fu di noi sommamente benemerito, di Padova proclamato non ha guari Signore, e veramente della patria Signore no, si padre amantissimo, io tessa con ornato stile le lodi, e a te, che al par di me lo amasti e lo piangi, ora le invii. Lieve impresa ella è questa a chi superficialmente la riguardi: ma chi si faccia a ben ponderarla, ella è di maggior lena che non si paia. Conciossiachè alla virtù di lui si convenga un panegirico, ed alla sua morte una tragedia, lavori entrambi di altissimo poetico magistero. [...] Stavami avanti ieri in sul punto di partire da Padova, e tornatomi in mente compio fossi stato pregato di cosa che spontaneamente e non richiesto da chicchessia avrei dovuto fare, ciò è a dire di dettare un epigramma da porsi su quelle ceneri care e venerate, e come rimandandola da un giorno all'altro, non ne avessi mai fatto nulla, sentii dentro di me dolore e vergogna di avere un tal atto di pio e debito ossequio infino ad or trasandato. Molti affollandosi a me d'intorno, mi rammentavano che promesso io l'aveva: ed io mi stava infra due, non potendo senza vergogna venir meno alla data parola, e mancandomi il tempo per mantenerla. Che fare? Vediamo, io dissi, se vi sia modo di dar di sprone all'ingegno: e in compagnia di pochi volgo il passo alla sua tomba, quasi per chiedere alle fredde sue ceneri quel permesso che a lui vivente soleva io dimandare. Era fuor d'ora: serrate le porte del tempio; e a mala pena ottenni che i sagrestani si togliessero al riposo, e mi mettessero dentro. Detto ai compagni che m'aspettassero, solo al sepolcro mi avvicinai, e a quello sedutomi accanto, volsi a quell'ossa, che rispondere non mi potevano, le mie parole, ed ivi secondo le angustie del tempo in poco d'ora, ma non senza piangere, dettai sedici versi elegiaci, più dall'affetto dell'animo addolorato che non dall'arte o dalla mente ispirati: e quali dalla penna m'uscirono meglio abbozzati che fatti, agli aspettanti amici partendo li consegnai, perché se nulla di meglio ad essi o a me non si offerisse, scegliessero fra quelli ciò che a parer loro meglio si convenisse d'incidere sul marmoreo sepolcro, intorno a cui l'arte d'insigni scultori già stavasi affaticando. Addio. O angusta stanza, o breve sasso a tanto Signore, al padre della patria estinto! Qual che tu sia, lettor, forza è che vinto Dal duol frammischi alla preghiera il pianto. Non di lui che deposto il fral suo manto Al ciel s'aderse da virtù sospinto, Ma del pubblico ben piangi, che cinto, Morta ogni speme, è di ferale ammanto. Fido cultor dell'amistà, spavento Fu de' nemici: lo donò Carrara, A Padova crudel morte il rapia: Scevro d'invidia, al ben de' buoni intento; Della fama di Iacopo non fia Che suoni al mondo mai fama più chiara.
Volgarizzamento: Lettere di Francesco Petrarca, volgarizzate a cura da Giuseppe Fracassetti, Firenze, Le Monnier, 1865, vol. III, pp. 28-33.