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Cunizza da Romano e la profezia su Padova (Paradiso IX, 13-66)
Cunizza da Romano e la profezia su Padova (Paradiso IX, 13-66)
Opera: Divina Commedia
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Cunizza da Romano e la profezia su Padova (Paradiso IX, 13-66)
Divina Commedia
pp. 245-254
Ed ecco un altro di quelli splendori ver' me si fece, e 'l suo voler piacermi significava nel chiarir di fori. Li occhi di Bëatrice, ch'eran fermi sovra me, come pria, di caro assenso al mio disio certificato fermi. "Deh, metti al mio voler tosto compenso, beato spirto", dissi, "e fammi prova ch'i' possa in te refletter quel ch'io penso!". Onde la luce che m'era ancor nova, del suo profondo, ond'ella pria cantava, seguette come a cui di ben far giova: "In quella parte de la terra prava italica che siede tra Rïalto e le fontane di Brenta e di Piava, si leva un colle, e non surge molt'alto, là onde scese già una facella che fece a la contrada un grande assalto. D'una radice nacqui e io ed ella: Cunizza fui chiamata, e qui refulgo perché mi vinse il lume d'esta stella; ma lietamente a me medesma indulgo la cagion di mia sorte, e non mi noia; che parria forse forte al vostro vulgo. Di questa luculenta e cara gioia del nostro cielo che più m'è propinqua, grande fama rimase; e pria che moia, questo centesimo anno ancor s'incinqua: vedi se far si dee l'omo eccellente, sì ch'altra vita la prima relinqua. E ciò non pensa la turba presente che Tagliamento e Adice richiude, né per esser battuta ancor si pente; ma tosto fia che Padova al palude cangerà l'acqua che Vincenza bagna, per essere al dover le genti crude; e dove Sile e Cagnan s'accompagna, tal signoreggia e va con la testa alta, che già per lui carpir si fa la ragna. Piangerà Feltro ancora la difalta de l'empio suo pastor, che sarà sconcia sì, che per simil non s'entrò in malta. Troppo sarebbe larga la bigoncia che ricevesse il sangue ferrarese, e stanco chi 'l pesasse a oncia a oncia, che donerà questo prete cortese per mostrarsi di parte; e cotai doni conformi fieno al viver del paese. Sù sono specchi, voi dicete Troni, onde refulge a noi Dio giudicante; sì che questi parlar ne paion buoni”. Qui si tacette; e fecemi sembiante che fosse ad altro volta, per la rota in che si mise com'era davante.
Cunizza Da Romano era l'ultimogenita di Ezzelino II da Romano e di Adelaide degli Alberti; nacque probabilmente nel 1198, ma non se ne hanno notizie anteriori al 1222 (una sommaria biografia è tracciata dal padovano Rolandino nella sua Cronica in factis et circa facta Marchiae Trivixanae, quando andò sposa a Rizzardo di San Bonifacio, signore di Verona: un matrimonio politico che avrebbe dovuto suggellare la ristabilita concordia dei da Romano con i San Bonifacio, e fu invece coinvolto nella subito rinnovata ostilità tra le due famiglie per il possesso di Verona. In questo quadro si colloca l'avvenimento che sollevò allora grande clamore e lasciò tanta eco intorno ai suoi due protagonisti: il ratto di Cunizza a opera di Sordello. Infatti, sia Ezzelino che suo padre, giudicando Cunizza in pericolo di divenire un ostaggio a casa di Rizzardo a causa delle tensioni tra i due casati, decisero in comune accordo di incaricare il trovatore Sordello da Goito di rapire la donna e di riportarla alla corte paterna. Secondo una tradizione, Sordello s'innamorò per divertimento di Cunizza e lei di lui, ancora quando i due vivevano alla corte dei San Bonifacio a Verona, rimanendo tuttavia la loro relazione di natura platonica e conforme al concetto dell'amor cortese. Secondo un'altra versione, invece, Sordello sarebbe un grande amatore, falso e ingannatore nei confronti delle donne e dei signori presso i quali dimorava, avrebbe dunque corteggiato e sedotto Cunizza, a sua volta donna passionale e attratta dall'avventura, e i due dopo la fuga avrebbero intrattenuto un rapporto concreto, come sostenuto anche dal Rolandino. Dante inserisce Cunizza, che forse conobbe di persona quando, ormai anziana, viveva in Toscana, nel Canto IX del Paradiso, collocandola nel cielo di Venere fra le anime che vissero sotto l'influsso del «bel pianeta che d'amar conforta». La critica nel tempo si è molto interrogata sul significato della sua presenza in questo luogo dantesco. Secondo le tesi più recenti, la nobildonna è un mezzo per esaltare in realtà i da Romano, fieri ghibellini vicini a Federico II e precursori di Cangrande della Scala, in opposizione del guelfismo che, dopo la caduta della casata, dilagava nelle città venete (soprattutto a Padova) assetato di vendetta. Il racconto di Cunizza, infatti, non focalizza su se stessa, ma ha come unico scopo quello di parlare in rappresentanza della sua terra dilaniata. Cunizza profetizza tragici eventi che riguardano Padova, Treviso e Feltre. I Padovani, sottomessi a Enrico VII nel 1311 e poi subito sollevatisi contro di lui, assalirono la ghibellina Vicenza (settembre 1314) ma furono duramente sconfitti presso le paludi del Bacchiglione dai Vicentini stessi, guidati da Cangrande.