Ritratto della Padova fascista

Opera: I piccoli maestri

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Ritratto della Padova fascista
I piccoli maestri
p. 323
Nella città la gente faceva i fatti suoi. C’erano i bar, i cinema, i tram, i giornali: roba da matti. In un primo momento questo si percepiva semplicemente come il regno di Satana: i marciapiedi scottavano, i volti della gente sui marciapiedi ci facevano trasalire; e i vestiti, i paltò, le cravatte, ispiravano ribrezzo e paura. Padova sembrava una gran sentina di peccati; bisognava stare in guardia per non concludere d’istinto che tutti questi cittadini traditori, tutto questo impianto di portici, di fòrnici, di bar, di cloache, di caserme, di rotaie, rappresentasse semplicemente il mondo da sterminare. Ci sarà stato in noi anche un pizzico di banale reducismo, l’inevitabile goffa polemica contro gli imboscati; certo i compagni d’università che ci riconoscevano per via, e dicevano: «Carissimo: quanto tempo! l’hai fatto Ta-gliavini? L’hai fatto Cessi?» dovevano restare molto male davanti al nostro frettoloso riserbo; facevano rabbia, ma non era principalmente questo. Non mi ero mai sentito tanto bandito fuorilegge come ora, tornando con le mie carte false nel mondo ordinario; nelle guerre normali ciascuna delle due parti ce l’ha, il suo mondo ordinario, il rispettivo fronte interno dell’accidente. Qui pareva che lo avessero solo gli altri; i tram erano fascisti, e così la posta, i negozi, i rifugi antiaerei, le tessere annonarie, tutto.

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Titolo: I piccoli maestri
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