Erano jeri sera le undici e mezza, ed io m'aggirava ancora solo soletto fumando il mio cigaro pei portici deserti di borgo santa Croce [...]. Continuando a passeggiare per Padova, e trovando dappertutto il silenzio non interrotto che dai tocchi degli orologi, mi saltò in capo che eravamo al colmo del carnevale, e che quella era certamente una di quelle notti, che secondo la Sferza dovrebbero esser turbate dagli sconci schiamazzi dei giovinastri, e dal fracasso di quelle festaccie, in cui per cinquanta centesimi si compera il diritto di conoscer personalmente i sette peccati capitali. Mi parve di veder allora i mille ottocento miei colleghi sollevar lentamente il capo sonnacchioso dalle coltri sotto cui giacevano immersi nel bagordo carnevalesco del sonno, per rinfacciarmi la mia pusillanimità.