Per il diritto al lavoro delle donne

Opera: "La Donna"

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Per il diritto al lavoro delle donne
"La Donna"
pp. 149-154
[…] Ma non basta riconoscere alla donna il diritto che ella ha a un’eguale mercede con l’uomo, a parità di lavoro, bisogna ancora riconoscerle il suo diritto al lavoro, ammettendola a quelle professioni cui fin qui non può darsi per vieti pregiudizj; i quali, forse, (aggiungo un forse che è una carezza fatta agli uomini, che non so se la meritino) i quali forse, dico, sono fin qui mantenuti solo dall’egoismo mascolino, dal desiderio dell’uomo, smodato, di preponderare sulla donna, di tiranneggiarla, assoggettandola a sé; non pensando quanto ha torto, ed ebbe torto, di far ciò; ma i tiranni ascoltano altro che le loro tristi passioni? […] E poi, è giusto che quel sesso che si crede il più forte, preponderi, solo per questo diritto, sull’altro che vuol debole? Se questo diritto l’uomo voleva gli fosse riconosciuto per diritto di natura, perché imporlo con la violenza? Perché con lo specioso pretesto di proteggere la creatura debole, avvilirla, mettersela sotto i piedi? Qual virtù nell’uomo di tenersi sotto i piedi la creatura, che egli chiama fragile? […] Allorché le donne vogliono tentare, le sventurate, di voler uscire da quel cerchio di ferro, entro il quale le ha rinchiuse l’egoismo maschile, subito si parla della missione della donna di vegliare la casa, si parla del suo decoro, di quel tal decoro, tanto convenzionale, e si conclude che ella deve stare al posto assegnatole e non avanzare nessuna pretensione; restare cioè al suo posto di soggetta; prostituirsi… ma serbare quel tal decoro… Lasciamo quest’argomento che scotta troppo… –

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