«D'una cosa — diceva ella — io poveretta avevo bisogno per non darmi alla disperazione: di sapermi non disprezzata, amata un poco da voi! Senza di questo la mia vita mi sarebbe parsa una notte perpetua, e non avrei saputo affrontarla. Ora che voi avete detto d'amarmi.... io sono contenta.... La vostra mano riposò nella mia, il mio cuore ha sentito il battito del vostro cuore: io posso ringraziare il Signore di un tal benefizio. Questo pensiero mi sarà sempre presente: questa rimembranza mi basterà. — Andate, caro Filippo, andate a Padova, date la vostra mano a quella d'una donna che unisca ai pregi dell'animo, quelli ancora del corpo. Dio vi guardi dallo stringere un vincolo di cui abbiate a pentirvi! Io ho pensato a questo nel monastero dove stetti un anno rinchiusa, e vi parlo per esperienza. Andate, Filippo, e se è possibile, senza ch'io vi rivegga. Ora io posso ancora darvi questo consiglio: più tardi forse non lo potrei. — Se sarete felice, pensate che una vostra parola bastò a far conoscere anche al mio cuore la felicità. Se sarete sventurato, ricordatevi che avete un'amica nella vostra — Francesca.» Quando Filippo ricevette questa lettera, ne aveva già scritta un'altra al padre della fanciulla che gli era stata proposta — colla qual lettera, nella miglior maniera che seppe, procurò di svincolarsi da ogni trattativa ulteriore. Impostata questa, corse dalla Francesca, e le disse abbracciandola che il suo foglio gli era giunto un po' troppo tardi: che l'affare di Padova era già sciolto; ch'ella sola doveva essere la sua sposa. Aveva già fatto alcuni passi per avere un posto di direttore nella farmacia dove aveva fatto la pratica. Intanto pensava di recarsi a visitare la sua famiglia per ottenere l'assenso al suo matrimonio. Fra due mesi sarebbe di ritorno.