"Progenies si laeta venit, ditissima res est" Nubila non solvit dubii; nam et prole carentem, Si sibi laetitiae est, reor hac in parte beatum; Omnis enim sors est felix quae grata ferenti est: At soboles si moesta venit, durissima res est. Seu bona seu mala sit, prolis flet dona Lycurgus, Nauplius, Evander, Priamus, Nestorque Creonque. Innumeros taceo; tu de tot milibus unum Vestigato patrem quem non stimulaverit ingens Aut timor aut fletus pro dulci prolis amore. Has ego cum nequeam naturae pellere partes, Nec mea Callisto fetum labendo figuret In melius, tali semper caruisse bacillo Parte emerem vitae: tantus dolor urget habentem.
"Se una discendenza nasce lieta, è la cosa più felice che ci sia". Ma le nubi non sciolgono il dubbio: infatti anche colui che è privo di prole, se trova in sé stesso la gioia, io lo ritengo, sotto questo aspetto, beato; poiché ogni sorte è felice per chi la accoglie con gratitudine. Ma se la discendenza viene con dolore, è la cosa più dura. Buona o cattiva che sia, Licurgo piange i doni della prole, come pure Nauplio, Evandro, Priamo, Nestore e Creonte. Taccio gli innumerevoli altri; tu, tra migliaia, cercane uno, un solo padre che non sia stato colpito da grande timore o da pianto per amore della dolce prole. Poiché io non posso sottrarmi a questi aspetti imposti dalla natura, né può Callisto, nel cadere, plasmare la sua creatura in meglio, preferirei sempre aver fatto a meno di questo virgulto, purché ne guadagnassi una parte della mia vita: tanto dolore pesa su chi ha figli.