Home /
Testi /
La disputa sull'avere figli: il verdetto finale (carme XII, vv. 1-40)
La disputa sull'avere figli: il verdetto finale (carme XII, vv. 1-40)
Opera: Quaestio de prole
Dettagli Testo
La disputa sull'avere figli: il verdetto finale (carme XII, vv. 1-40)
Quaestio de prole
carme XII,
Accipe, clare, precor, genuit quem Cimbria vates, Quae Bovis iliaci portant tibi metra salutem, Metra quidem, quovis inopi contenta paratu; Crinibus impexis et inerti pergere passu Rustica ridebis, non picta coloribus illis Quos tua pieriis apponit musa figuris. Perlege, nec multum fragili de cortice cura: Mens erit in verbis qua delecteris et alto Concitus ingenio carmen moduleris opimum. Sub Bove certarunt Lupus hinc tuus, inde canorus Voce Asinus grandi; lata est sententia: victus Ad tua rostra, ratus se laesum, appellat Asellus. Quis litis tenor et quae facta sequentia litem Omnia prospicies his interclusa tabellis. Ne tamen hic tanti taceatur origo duelli Quaestio sic posita est. Duo sint: cum semine primus Prolis agat vitam, vivat sine prole secundus: In mundum meliore sibi quis venerit astro Quaeritur, et cupienda magis quae vita duorum est. Vox asinina probat sortis melioris habentem Qualemcumque sinat sobolem Deus: at Lupus illum Progenies cui nulla datur: pugnatur utrinque Cantibus alternis et respondentibus harpis, Strata quibus credas reparari Pergama posse, Cimbrica saxa trahi et Bachilonia flumina sisti. Hos inter dubio dum pendet palma volatu Arbiter assumor, pugilum communis amicus, Integer Astraeae, quae nondum tota reliquit Dardanii loca sacra fori, causamque revolvo Victoremque Lupum pando libramine iusto, Hac diva mostrante viam. Timor ullus ab illa, Spes, amor aut odium cor non flexere Iohannis Non soliti non esse Boni: mihi testis adesto Antegrados quaecumque colit quaecumque senatum Gastaldosque fides terrae firmissima nostrae Et quae iam vestris satis in praetoribus albet. Nil super his conscire mihi, quo mordear intus, Aut errasse putem; sed nec me purior urbis Rector erit patavae, leges ut sedulus omnes Observet quas bis manibus iuravit et ore.
Accogli, illustre, ti prego, colui che generò la vate cimbrica, che porta in versi bovini il saluto a te, versi, invero, accontentandosi di qualunque povero ornamento. Con capelli incolti e passo incerto, riderai della mia rustica poesia, non dipinta con quei colori che la tua Musa aggiunge alle figure pierie. Leggila, e non curarti troppo della fragile scorza: l’anima delle parole sarà ciò che ti delizierà, e con alto ingegno intonerai l’opulenta canzone. Sotto il Bove hanno gareggiato il tuo Lupo da una parte e dall’altra l’Asino, canoro con la sua possente voce; la sentenza fu emessa: sconfitto, l’Asino ricorre alle tue tribune, ritenendosi leso. Quale sia il tenore della lite e quali le sue conseguenze, tutto vedrai racchiuso in queste tavole. Ma perché l’origine di tanto duello non resti taciuta, la questione fu posta così: due uomini esistano, uno che generi figli, l’altro senza prole; si discute chi sia nato sotto una stella più favorevole e quale delle due vite sia più desiderabile. La voce asinina sostiene che la sorte migliore spetti a chiunque Dio conceda una discendenza; il Lupo, invece, difende colui a cui non è data alcuna prole. Si battagliano in versi alterni e in rispondenti arpe, così potenti che parrebbe si potessero ricostruire Pergamo, trascinare le rocce cimbriche e fermare i fiumi babilonesi. Mentre la palma della vittoria resta in dubbio, io vengo assunto come arbitro, amico comune dei contendenti, integro come Astraea, che non ha ancora del tutto abbandonato i sacri luoghi del foro troiano. Rivolgo il caso e proclamo vincitore il Lupo con giusto equilibrio, guidato da questa dea. Né timore né speranza, né amore né odio piegano il cuore di Giovanni, abituato a essere solo Buono. Ne sia testimone la fede che onora i magistrati e le istituzioni della nostra terra, così come la giustizia che splende nei vostri pretori. Non ho nulla di cui rimproverarmi, né motivo per tormentarmi dentro o pensare d’aver errato; né sarà più puro di me il rettore di Padova, che diligente osservi tutte le leggi che con entrambe le mani e con la bocca ha giurato.