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Inizia la commedia a Padova (Prologo II, Vaccaria)
Inizia la commedia a Padova (Prologo II, Vaccaria)
Opera: La Vaccària
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Inizia la commedia a Padova (Prologo II, Vaccaria)
La Vaccària
pp. 1046-10
Mo don' songie andò co 'l faelare? Pur ch'a no me perda, tegnìme ciamò, ch'a sapia tornare donde a' me son spartìo senza ch'a' me sia moestio. Ben, sì, sì, da davera: a' dighe dirve d'una comielia. Madesì, i ghe dise comielia, perché la è con è la miele int'i busi, che in la prima, a volerne tuore, el se cata qualche besevegio che ponze, mo de drio l'è po dolçe. Cossì an questa, in prima el parerà che no se posse fare che i sipie continti, mo in dreana a' sentirì ben sta comielia... Mo mi a' ve la porto, no in spala, mo in parole; e vu tolìla, no con le man, mo con le regie; e tolìla, ché mi adesso a' ve faghe argumento, che a' n'abiè paura a tuorla, perché a' la intenderì; ché la n'è fata co' la solea essere zà tempo fata, a' dighe de aseni, ché gi aseni è nemal massa desoniesti, che vegnando su sti solari, i porae ragiare e trar piti: l'è fata da vache, che è nemale pì da utilitè, e an de pì piasere, tanto che se cata de quigi che in vuol sempre in ca'. Seando mo de do lengue, a' no cherzo mo che 'l besogne ch'a' ve dighe altro; perché chi càncaro è quelù che no ghe piasesse pì tosto aér do lengue che na sola? Ché una sarae bona da tasere e l'altra da faelare. A' no ve starè gnan a dire che questa che è chialò sea Pava, ché a' la cognoscirè a sta giesia; e se ben a' no gh’aí mé vezú sto reondo, che i ghe dise un Culibeo, a' l’aón fato da nuovo, perché el ghe solea essere per tempo passò antigo. [...] Stè donca artinti fina ch'aòm rivò; e se la noela vi piaserà, a' ne 'l farì a saere, perché a' se remetòn in vu. Mo vi' apunto el me paron che inse fuora. Tasì e scoltè.
Ma dove sono finito a forza di parlare? Purché non mi perda, richiamatemi, che sappia tornare dove son partito senza che mi sia mosso. Bene, sì, sì, è vero: devo dirvi di una commelia. Ma sì, la chiamano commelia, perché è come il miele nei favi, che dapprima, a volerne prendere, si trova qualche pungiglione che punge, ma dietro è poi dolce. Così anche questa, sulle prime sembrerà che non si possa far sì che siano contenti, ma alla fine sentirete bene che questa è una commelia... Ora io ve la porto, non in spalla, ma a parole; e voi prendetela, non con le mani, ma con le orecchie; e prendetela, ché adesso io vi dico l'argomento, affinché non abbiate paura a prenderla, perché la intenderete; ché non è fatta come soleva esser fatta nel tempo passato, dico con gli asini, ché gli asini sono animali troppo screanzati, e venendo su questi palchi, potrebbero ragliare e tirar peti. È fatta con le vacche, che sono animali più utili, e anche di maggior piacere, tanto che si trovano di quelli che ne vogliono sempre per casa. Essendo poi di due lingue, non credo che ci sia bisogno che vi dica altro; perché chi canchero è quel tale cui non piacerebbe aver piuttosto due lingue che una sola? Ché una sarebbe buona per tacere e l'altra per parlare. Non starò nemmeno a dirvi che questa che è qui dipinta sia Padova, perché la riconoscerete, questa chiesa; e anche se non avete mai veduto questo edificio rotondo, che chiamano Colosseo, noi ve lo abbiamo fatto di nuovo, perché soleva esserci nell'antico tempo passato. [...] State dunque attenti finché avremo finito; e se la storia vi piacerà, ce lo farete sapere, perché ci rimettiamo a voi. Ma vedete appunto il mio padrone che esce fuori. Tacete e ascoltate.
Nel passo è evidente il riferimento alla Basilica del Santo; quanto al «Colosseo», invece, l’identificazione ha sollevato diverse ipotesi, tra le quali indicherebbe l’Arena, oppure un Colosseo che sorgeva nei pressi della Basilica in epoca classica, scomparso durante l’alluvione barbarica, o più probabilmente, l’antico teatro Zairo, che sorgeva nell’area centrale dell’odierno Prato della Valle.