B. Castiglione, Il libro del Cortegiano, a cura di G. Carnazzi, introduzione di S. Battaglia, Milano, Rizzoli
2006
1528
Il libro del Cortegiano (1528) di Baldassarre Castiglione è un dialogo in quattro “libri” ambientato alla corte di Urbino, messo in scena come conversazione serale tra dame e gentiluomini guidati da Elisabetta Gonzaga ed Emilia Pia. L’opera costruisce il modello del perfetto cortigiano rinascimentale: nobile d’animo e di costumi, eccellente nelle armi e nelle lettere, capace di musica, danza, conversazione e soprattutto di sprezzatura, cioè quell’arte di far sembrare facile e naturale ciò che richiede grande perizia, evitando ogni affettazione. Nei primi due libri si definiscono virtù e comportamenti: misura, grazia, prontezza di spirito, uso calibrato del motto e dell’arguzia; la forma conta quanto la sostanza, perché il prestigio a corte passa attraverso stile, linguaggio e autocontrollo. Il terzo libro affronta la figura della donna di palazzo: colta, discreta, capace di conversare e consigliare. Il dibattito, attraversato da posizioni anche misogine, mantiene una tensione irrisolta tra apertura e limite, fotografando l’ambivalenza del tempo. Il quarto libro eleva la funzione del cortigiano: non mero intrattenitore, ma consigliere morale e politico del principe; si chiude con l’eloquente lezione neoplatonica sull’amore spirituale attribuita a Pietro Bembo, che trasforma l’eros in via alla virtù. Più che un galateo, il Cortegiano è un manuale di civiltà: fonda l’ideale dell’“uomo universale” capace di coniugare forza e cultura, e fissa un codice europeo di comportamento che, grazie anche alla traduzione inglese di Thomas Hoby (1561), influenzerà a lungo etichetta, retorica e pedagogia politica.
Testi Associati
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141
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