D. Alighieri, De Vulgari Eloquentia, traduzione di P. V. Mengaldo, a cura di P. V. Mengaldo, in Id., Opere minori, vol. III, t. I, Milano-Napoli, Ricciardi
1996
1302-1305
Il De Vulgari Eloquentia è un trattato in lingua latina composto da Dante tra il 1303 e il 1305 sul tema della lingua volgare. In particolare, Dante prende in considerazione le varie parlate della penisola italiana con il fine di ricerca il volgare illustre, ovvero quel volgare che possa assumere i caratteri di lingua letteraria all'interno del variegato panorama linguistico italiano. Tra tutti i volgari italiani, l'autore ne cerca uno che sia illustre (ovverosia che dia lustro a chi lo parla), cardinale (come il cardine è il punto fisso attorno al quale gira la porta, allo stesso modo la lingua deve essere il fulcro attorno al quale tutti gli altri dialetti possono ruotare), regale (degno di essere parlato in una regia) e curiale (degno di essere parlato in una corte). Dante non ritiene nessuno dei volgari italiani degno di questo scopo, nonostante alcuni di essi, come il toscano, il siciliano e il bolognese, abbiano un'antica tradizione letteraria. Il volgare ideale va allora ritrovato nell'uso dei principali scrittori del tempo, incluso lo stesso Dante. Il tratto, inoltre, tratta anche elementi di stilistica e metrica: dopo aver inquadrato gli stili tragico (nell'accezione di più elevato) e comico (il più umile), Dante codifica e teorizza la canzone di endecasillabi come forma metrica d'eccellenza, adatta allo stile tragico.
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44
Il volgare padovano non è illustre (De Vulgari Eloquentia I, XIV 4-8)
Est et aliud, sicut dictum est, adeo vocabulis accentibusque irsutum et yspidum, quod, propter sui rudem asperitatem, mulierem loquentem non solum dis...
C'è poi quell’altro volgare, come s'è detto, talmente irsuto ed ispido per vocaboli a accenti che per la sua rozza asprezza non solo snatura una d...