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Padova non merita infamia o tristezza (canzone XIII, vv. 106-120)
Padova non merita infamia o tristezza (canzone XIII, vv. 106-120)
Opera: Rime di Jacopo Sanguinacci
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Padova non merita infamia o tristezza (canzone XIII, vv. 106-120)
Rime di Jacopo Sanguinacci
p. 358
Onde, principe illustre, a te ricoro, pregando la tuo suma eccelsitudene, che a tanta amaritudene te piaqua dar secorso cum dolceza. E meglio che io non dico, anci trascorro, di questa donna la ragion intendi, che ben chiaro comprendi non meritar infamia né tristeza. Da posa ricomando a la toa alteza i suo fedelli e dolorati figli che Cato e lor perigli, prima ch’abandonarte, aren seguitto. Deh, cognosci el partito, né comportar che i boni per gli tristi a torto in agri pianti se contristi.
In questa canzone il poeta si rivolge al doge di Venezia Francesco Foscari a nome di tutti i concittadini padovani, chiedendo di non far ricadere sull'intera città le colpe e le conseguenze dell'azione scellerata di Marsilio da Carrara, il quale, fomentato da alcuni avventurieri veneti e appoggiato dai Visconti, aveva provato a riconquistare Padova con un colpo di mano nel marzo del 1435. Il poeta, affranto per la fama dei padovani ormai compromessa dalle aspirazioni di alcuni, cede dapprima la parola alla città stessa, che, tradita con l’inganno, si dice fiduciosa nella giustizia di Dio; ne assume poi la difesa, adducendo esempi tratti dalla storia romana e da quella veneziana a dimostrazione della non necessaria ricaduta della condotta dei singoli sulla fama collettiva.