Ansie e dubbi di Medea (VII, 9-20)

Opera: Argonautica

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Ansie e dubbi di Medea (VII, 9-20)
Argonautica
pp. 604-607
«Nunc ego quo casu vel quo sic pervigil usque
ipsa volens errore trahor? Non haec mihi certe
nox erat ante tuos, iuvenis fortissime, vultus,
quos ego cur iterum demens iterumque recordor
tam magno discreta mari? Quid in hospite solo
mens mihi? Cognati potius iam vellera Phrixi
accipiat, quae sola petit quaeque una laborum
causa viro. Nam quam domos has ille reviset
aut meus Aesonias quando pater ibit ad urbes?
Felices mediis qui se dare fluctibus ausi
nec tantas timuere vias talemque secuti
huc qui deinde virum; sed sit quoque talis, abito!».
«Quale sorte, o che smarrimento, nell'insonnia continua,
di mia volontà mi rapisce? Non erano queste
le mie notti, o giovane eroe, prima che vedessi il tuo volto.
Ma perchè - nel delirio - continuo, continuo a ricordarlo,
mentre tanto mare mi divide da lui?
Perché i miei pensieri vanno solo a quello straniero?
È meglio ormai che si prenda quel vello di Frisso;
è la sola cosa che cerca, la sola per cui si travaglia.
Già: quando mai quell'uomo rivedrà queste case?
E quando mai mio padre viaggerà per la Tessaglia?
Fortunati quelli che osarono affidarsi al mare profondo
senza temere un simile cammino e che seguirono
quell'eroe! Sia pure un eroe, ma che se ne vada!».

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