Guarinus Veronensis Antonio Baratellae Laureio Patavino poetae illustri sal. d. lam dudum tacitus fuscabat pectora maeror, Ut memini veteres migrasse Helicone sorores, Aut mutas nullo mulcentes aethera cantu; Versabamque animo, quotiens est gratia regum Pieriis captata modis, quae gloria lausque Extulerint habitos sancto prò numine vates, Quorum saecla diu, Baratella, oblivia sumunt. Ast ubi, ceu Phoebi radius, tua carmina nostra Lustravere casam divis comitata camenis, Ambrosiae sucis et nectare condita mixto, Gaudia maerorem trudunt pectusque serenant. Spes est Thespiadas priscos invisere colles, Temporaque haec claris revirescere posse poetis. Tu canis aeterno Polydori Carmine mortem, Dignum opus altisoni, sic recte affirmo, Maronis. Huic igitur nostro te propter gratulor aevo, Et mihi, mirifica quem tollis in ardua laude Eque humili celsum superorum in sede locasti. Sic ubi solem aries transmittit ad aurea tauri Cornua, de caeno candentia lilia surgunt. Perge igitur, molire gradum, quo diva vocat te Calliope, geniusque simul, quo Pallas Apolloque Et priscam Patavi celebra dehinc laudibus urbera, Quam Titus eloquio famae vitaeque perenni Consecrat: urbs geminis floret sic vestra coronis. Ex Rodigio Policinensi sexto idus augustas 1439.
Guarino Veronese ad Antonio Baratella poeta padovano illustre Da tempo ormai un silenzioso dolore offuscava il mio animo, come se ricordassi che le antiche Muse avessero abbandonato l'Elicona, o che più non addolcissero l'aria con il suono del loro canto. E m'intristivo nel pensiero, ogni volta che vedevo come la grazia dei re fosse conquistata con i modi delle Pieridi, e che gloria e lode avessero innalzato i poeti, onorati come divinità; eppure, o Baratella, da tempo i secoli sembrano averli dimenticati. Ma poi, come un raggio di Febo, i tuoi canti hanno illuminato la mia modesta dimora, accompagnati dai canti divini delle Muse. Impastati con i succhi dell'ambrosia e il nettare degli dèi, essi respingono il dolore, rasserenano il cuore e lo colmano di gioia. Ora si riaccende la speranza di poter rivedere i colli di Tespie e che questi tempi tornino a fiorire grazie a poeti ispirati. Tu celebri la morte di Polidoro con un canto eterno: un'opera degna, posso ben dirlo, dell'alta voce di Virgilio stesso. Perciò mi congratulo con te per questo nostro tempo, e anche con me stesso: perché con la tua mirabile lode mi hai sollevato dalle bassezze fino alla dimora eccelsa degli dèi. Così, quando il Sole passa dall'Ariete alle dorate corna del Toro, i candidi gigli emergono dal fango. Avanza dunque, continua il tuo cammino, verso dove ti chiama la divina Calliope, insieme al genio poetico, a Pallade Atena e ad Apollo. Celebra dunque con le tue lodi l'antica città di Padova, che Tito Livio ha consacrato con la sua eloquenza alla fama e all'immortalità. La vostra città così fiorisce con due corone di gloria. Da Rovigo, 6 agosto 1439.