L'invito a Firenze (Epistola VII)

Opera: Epistole di Giovanni Boccaccio

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L'invito a Firenze (Epistola VII)
Epistole di Giovanni Boccaccio
pp. 550-557
Reverendo viro domino Francisco Petrarce, canonico paduano, laureato poete, concivi nostro carissimo priores Artium et vexillifer iustitie populi et Comunis Florentie [Firenze, 19 aprile 1351]
Movit iam diu pariter animos atque aures nostras tui nominis gloria, dilectissime civis et fausta patrie nostre proles; movit nos admirabilis professionis et excellentis studii tui meritum ut, qui intonsas a seculi lauros vertice digno virentes acceperis, sis mire indolis perpetue posteritati futurus exemplar. Apud tibi coetaneos dominos ac cives et compatriotas tuos signa quedam interne dilectionis inveneris, qui tibi maioris persecutionis ac benignitatis semper gratiam rationabiliter vendicabas. Tibi igitur quem dominico ac paterno semper affectu prosequimur, ne quid in urbe tua fortasse minus equanimiter ferendum sit, ruris aviti pascua concedimus, ac de publico quidem erario a privatis civibus redempta sponte ac sine alicuius exemptionis titulo de mera paterne dilectionis liberalitate donamus: munus quidem parvum si ad rem respicias, si ad civitatis nostre leges ac mores, quique hoc cives assequi nequivissent, non modica laudum tuarum gratificatione pensandum. Poteris itaque hanc urbem incolere, que te genuit: an tibi forte terra marique per varios orbis tractus, externa vagis erroribus querenda suffragia, aut peregrinis sedibus locus pacis? [...] Amplius autem, carissime civis, cum nuper civitatem nostram veluti dextero pede claudicantem liberis carere studiis videremus, maturo iudicio provisum est apud eam, secundo sidere ingeniorum fecundissimam, doceri artes et cuiusque professionis vigere studia, ut res nostra publica fulta consilio, inter alias, ut Roma, parens omni Ausonie, sedern sibi principatum accipiat . Et demum letis auspi ciis acturn est ut, rnagis ac rnagis in dies ac dies succrescens, studio ipso refloreat. Profecto enirn illud magnum, illud singulare arbitratur patria quod tu solus unicusque potes efficere, quod etiam apud veteres rarissirnum ac semper excellentissimum fuit. Itaque tua sacra tempora requirit patria, quo affectu quo iure astrictius potest, ut te duce hoc studio vireat, hac singularitate precellat ceteras. [...] Satis nempe pervagatus es et mores urbesque tibi exterarurn gentiurn dare sunt. Te magistratus quilibet et privatus, te proceres et plebei, te lares aviti, te recuperatus ager exposcunt. Venias, igitur, expectate, venias, et eloquentie tue facundia ceptis fave, quem clara voce non revocat, sed absentern diu diuque advocat patria: quod vix unquam hoc pacto alteri contigisse meminimus. Si quid autern presentibus minus cultum minusque luculenturn adiecturn est, hoc ipsum ut venias pro se alligat patria. Tu tandem vale decus patrie, tibique persuadeas nobis fore carissimum, sed multo cariorem si patrum ac dominorum tue urbis monitis ac preceptis obtemperes. Plura denique scribenda supererant que domino Iohanni Boccaccii latori presentium, civi et huius operis legato nostro carissimo, verbo tibi seriosius explicanda commisimus, cui fidem integram per te prestari volumus tamquam nobis.
Al reverendo uomo messer Francesco Petrarca, canonico padovano, poeta laureato, concittadino nostro carissimo i priori delle Arti e il gonfaloniere di giustizia del popolo e del Comune di Firenze. [Firenze, 19 aprile 1351]
Già da lungo tempo la gloria del tuo nome toccò gli orecchi e gli animi nostri, dilettissimo concittadino e della patria nostra prole felice; ci toccò il merito della tua ammirabile professione e dei tuoi eccellenti studi, di te che fosti degno di coronare la nobile fronte di verdi allori che già da più secoli erano intonsi, talché di rarissimo ingegno sei fatto in perpetuo esempio alla posterità. Presso gli a te coetanei signori e concittadini e compatrioti tuoi troverai segni di autentico affetto, tu che per te a buon diritto sempre rivendicavi la grazia dell'antica persecuzione e della benignità. A te, dunque, che sempre amammo quale suddito e come figlio, perché non abbia a dolerti in alcuna cosa della tua patria, vogliamo rendere le terre avite, e le vogliamo donare riscattate a spese del pubblico erario dai privati cittadini, senza riserva alcuna, in pegno di liberale paterno amore: dono piccolo, in verità, se lo guardi in se stesso, ma se lo misuri con le leggi e con i costumi di questa nostra città, secondo i quali a nessun altro cittadino sarebbe venuto fatto di conseguire altrettanto, ciò non avverrà con modica gratificazione del tuo prestigio. Libero potrai, pertanto, abitare la città in cui vedesti la luce: o preferisci forse, errando continuamente per terra e per mare, girare il mondo in cerca di stranieri suffragi, o in estraneo paese inseguire una dimora tranquilla? [...] Di più, carissimo concittadino, poiché la nostra città ci è sembrata ai nostri giorni andar zoppa dal piede destro, come quella cui difettano liberi studi, con matura decisione fu provvisto che qui pure, dove pullulano gli ingegni in virtù di benigne influenze astrali, si insegnino le arti e siano in onore gli studi di tutte le discipline, affinché questo nostro stato sorretto dal senno, ottenga sugli altri, come già Roma, madre dell'Italia tutta, il segno della preminenza. E finalmente con felici presagi fu concluso che, ogni giorno di più crescendo, torni a fiorire proprio per lo studio. E a questa grande e magnanima impresa la patria stimò te solo capace, vanto per la verità singolare e sempre insigne anche tra gli antichi. Il tuo sacro ingegno, pertanto, la patria, con quell'affetto e quel diritto che più rigorosi può, impetra, perché, con la tua guida, fiorisca rigogliosa e sopravanzi per il singolare merito del suo studio tutte le altre città. [...] Abbastanza sei andato errando e ormai conosci genti e costumi stranieri. Ora, uomini pubblici e privati cittadini, nobili e popolani, i domestici lari, i ritrovati poderi, tutti ti invocano. Vieni dunque, o atteso, vieni, e con la tua parola eloquente favorisci e seconda la ben cominciata impresa. La patria, a chiara voce, non già ti riammette nel proprio seno, ma da troppo lungo tempo assente ti richiama: come non c'è memoria che con altri facesse mai. E se in questa lettera fossero insite una qualche rozzezza e ineloquenza, la patria le allega perché tu venga. E finalmente, stai bene ornamento della patria, e tieni per certo che in ogni momento sarai a noi carissimo, e molto più ancora se dei padri e signori della tua città ti piacerà seguire i consigli e i comandi. Parecchie altre cose restavano da dire: le udrai da messer Giovanni Boccaccio, latore della presente lettera, nostro concittadino e insieme ambasciatore stimatissimo: ne abbiamo affidata la comunicazione con la gravità che si conviene a lui, nel quale ti chiediamo di riporre la stessa fede che in noi.

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