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Lettera ai posteri: il canonicato a Padova (Seniles XVIII, 1)
Lettera ai posteri: il canonicato a Padova (Seniles XVIII, 1)
Opera: Senilium Rerum Libri (Lettere Senili)
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Lettera ai posteri: il canonicato a Padova (Seniles XVIII, 1)
Senilium Rerum Libri (Lettere Senili)
pp. 870-871
Posteritati Fuerit tibi forsan de me aliquid auditum; quanquam et hoc dubium sit: an exiguum et obscurum longe nomen seu locorum seu temporum perventurum sit. Et illud forsitan optabis nosse: quid hominis fuerim aut quis operum exitus meorum, eorum maxime quorum ad te fama pervenerit vel quorum tenue nomen audieris. Et de primo quidem varie erunt hominum voces; ita enim ferme quisque loquitur, ut impellit non veritas sed voluptas: nec laudis nec infamie modus est. Vestro de grege unus fui autem, mortalis homuncio, nec magne admodum nec vilis originis, familia - ut de se ait Augustus Cesar - antiqua, natura quidem non iniquo neque inverecundo animo, nisi ei consuetudo contagiosa nocuisset. Adolescentia me fefellit, iuventa corripuit, senecta autem correxit, experimentoque perdocuit verum illud quod diu ante perlegeram: quoniam adolescentia et voluptas vana sunt; imo etatum temporumque omnium Conditor, qui miseros mortales de nichilo tumidos aberrare sinit interdum, ut peccatorum suorum vel sero memores se se cognoscant.[...] Longum post tempus, viri optimi et cuius nescio an e numero dominorum quisquam similis sua etate vir fuerit - imo vero scio quod nullus - Iacobi de Carraria iunioris, fame preconio benivolentiam adeptus, nuntiisque et literis usque trans Alpes quando ibi eram, et per Italiam ubicunque fui, multos per annos tantis precibus fatigatus sum et in suam solicitatus amicitiam, ut, quamvis de felicibus nil sperarem, decreverim tandem ipsum adire, et videre, quid sibi hec et magni et ignoti viri tanta vellet instantia. Itaque, sero quidem diuque et Parme et Verone versatus, et ubique Deo gratias carus habitus multo amplius quam valerem, Patavum veni, ubi ab illo clarissime memorie viro non humane tantum, sed sicut in celum felices anime recipiuntur acceptus sum, tanto cum gaudio tamque inextimabili caritate ac pietate, ut, quia equare eam verbis posse non spero, silentio opprimenda sit. Inter multa, sciens me clericalem vitam a pueritia tenuisse, ut me non sibi solum sed et patrie arctius astringeret, me canonicum Padue fieri fecit. Et ad summam, si vita sibi longior fuisset, michi erroris et itinerum omnium finis erat. Sed - heu! - nichil inter mortales diuturnum, et siquid dulce se obtulerit amaro mox fine concluditur. Biennio non integro eum michi et patrie et mundo cum dimisisset, Deus abstulit, quo nec ego nec patria nec mundus - non me fallit amor - digni eramus. Et licet filius sibi successerit, prudentissimus et clarissimus vir, et qui per paterna vestigia me carum semper et honoratum habuit, ego tamen, illo amisso cum quo magis michi presertim de etate convenerat, redii rursus in Gallias, stare nescius, non tam desiderio visa milies revisendi, quam studio more egrorum loci mutatione tediis consulendi.
Ai posteri Forse ti accadrà di udire qualcosa di me, per quanto sia dubbio che il mio nome piccolo e oscuro possa giungere lontano nello spazio e nel tempo. E forse desidererai conoscere che uomo fossi o quali fossero gli eventi delle mie opere, soprattutto di quelle la cui fama sia giunta sino a te o di cui tu abbia sentito vagamente parlare. Riguardo al primo punto le opinioni degli uomini saranno sicuramente diverse, ché ciascuno parla non sotto la spinta della verità, ma del capriccio, e non c'è misura né per la lode né per il biasimo. Io fui dunque uno del vostro gregge, omiciattolo mortale, d'origine non troppo grande né troppo bassa, d'antica famiglia come di sé dice Cesare Augusto, e, quanto al temperamento, d'animo non impudico né cattivo se non mi avesse nociuto una contagiosa consuetudine. L'adolescenza mi illuse, la giovinezza mi traviò, ma la vecchiaia mi corresse e, con l'esperienza, mi rese convinto di quanto avevo letto tanto tempo prima: perché vani sono i piaceri della giovinezza; ed anzi me lo insegnò Colui che creò tutte le età e tutti i tempi, e che talora permette che, tronfi di nulla, i miseri mortali vadano fuori strada perché possano, anche se tardi, conoscere se stessi e i propri peccati. [...] Da tempo mi ero guadagnata, con il mio nome, la benevolenza di un eccelso personaggio, un signore del quale non so se in questa età ce ne sia stato uno simile; anzi so che non ce n'è stato nessuno: Jacopo da Carrara il Giovane, il quale, con messi e con lettere, fino oltre le Alpi quando ero lì, e per l'Italia ovunque mi trovassi, mi sollecitò per molti anni e con tante preghiere perché entrassi in relazione con lui che io, per quanto nulla sperassi dalle persone poste in alto, pure decisi di andare da lui e vedere a che mirasse l'insistenza di un personaggio così grande e a me sconosciuto. E così, sia pure tardi, dopo avere a lungo dimorato a Parma e a Verona, ovunque onorato, grazie a Dio, più di quanto meritassi, alla fine venni a Padova, dove da quell'uomo di illustre memoria fui accolto non come si accolgono i mortali, ma, in cielo, le anime dei beati; con tanta gioia e tanta incredibile e affettuosa devozione che sono costretto a passarla sotto silenzio dato che non penso di poterla esprimere a parole. Saputo tra l'altro che ero chierico fino dall'adolescenza, per legarmi più strettamente non soltanto a sé ma anche alla sua patria, mi fece eleggere canonico di Padova. Se insomma fosse vissuto più a lungo, avrei posto fine ai miei viaggi e alla mia vita errabonda. Ma - ahimé - nulla dura tra i mortali, e se la vita ha porto qualcosa di dolce, subito lo chiude in amaro. Dopo averlo lasciato per due anni scarsi a me, alla patria e al mondo, Iddio se lo portò via, lui del quale non eravamo degni né io, né la patria e neppure - se non m'inganna l'amore - il mondo. E se pure gli succedette il figlio, uomo prudentissimo e illustre e che, sulle orma paterne, mi tenne sempre caro e in onore, pure io, perduto colui con il quale, anche per l'età, avevo stabilito tanta armonia, tornai di nuovo in Gallia, incapace di rimanere fermo, e non tanto per il desiderio di rivedere ciò che avevo visto mille volte, quanto per la speranza, come fanno i malati, di provvedere alla noia con il mutare dei luoghi.
La lettera alla posterità venne progettata da Petrarca come conclusione della raccolta delle Senili, che dovevano concludersi, dunque, con la biografia del poeta. Tuttavia, le Senili non ebbero l'ultima mano del loro autore e questa lettera rimase incompleta e in uno stato di abbozzo. Fu composta in un nucleo originario probabilmente prima del 1367 e continuata poi tra il 1370 e il 1371; racconta la vita del poeta fino al 1351.