Ad Guidonem Septem archiepyscopum Ianuensem, de mutatione temporum [Venezia, 1367] [...] Non multo ante id tempus in has terras, in quibus adolescens studiosus fueram, otiosus et iam vir reversus, amicitia trahente illius cuius adhuc memorie multum debeo, Cisalpinam hanc Galliam, quam tantummodo pius attigeram, totam vidi non ut advena, sed ut accola urbium multarum: Verone in primis et mox Parme ac Ferarie; demum Patavi, quo me illa, quam discutere nescio, cathena eadem traxit amicitie sed alterius viri optimi, cuius casum nunquam sine dolore meminero. Qui, cum undique maximus clarissimusque vir esset, peregrini parvique hominis et solo nomine cogniti nec unquam, ut ipse aiebat, nisi semel visi idque in transitu, familiaritatem diu sic ambivit, quasi per hoc magnum aliquid sibi sueque reipublice quesiturus; et eius quidem urbis incolatus, illo superstite continuus michi, sicut auguror, futurus, eodem rebus exempto, perpetuus tamen fuit licet interruptus ex causis. Proinde urbs hec, quo primum tempore ad eam veni, sic recenti peste illa terribili attrita erat, ut dehinc, primogeniti illius providentia ac studio et usque ad hoc tempus inconcussa pace, fateri oporteat unam hanc ex omnibus erectam potius quam deiectam; ad id vero, quod anno antequam illuc venirem (hoc est ante pestis initium) fuerat, imparem sibi ac dissimilem prorsus ut reliquas.
All'arcivescovo di Genova Guido Sette. Come il mondo volge in peggio. [Venezia, 1367] [...] Non molto prima di quel tempo tornai in quei luoghi nei quali avevo trascorso la giovinezza negli studi. Ormai uomo e del tutto libero, vi tornavo chiamato dall'amicizia di colui [Azzo da Correggio, n.d.r.] alla cui memoria ancor molto debbo, e potetti così rivedere tutta quell'Italia settentrionale che, prima, avevo soltanto toccata, e la rividi non come un affrettato visitatore, ma come cittadino di molte città: dapprima Verona e subito dopo Parma e Ferrara, e da ultimo Padova, cui ancora mi trasse quella catena dell'amicizia dalla quale mai non saprò sciogliermi, ma per un altro uomo, la cui morte mai ricorderò senza dolore [Jacopo da Carrara II, n.d.r.]. Era egli personalità grandissima e celebrata per ogni dove e pure così a lungo ambì alla familiarità di un piccolo uomo straniero quale ero io (mi conosceva solo di nome e mi aveva visto, come disse lui stesso, solo una volta e di sfuggita) che parve voler acquistare con ciò qualcosa di grande per sé e per la repubblica. Lui vivo, ritengo che non avrei mai lasciato di dimorare nella sua città e del resto, quando morì, continuai ad abitarvi pur interrompendo di tanto in tanto quel soggiorno per diverse ragioni. Quando io vi giunsi per la prima volta, la città era stata violentemente colpita dal recente flagello della peste, ma poi era così risorta per le provvidenze e le cure del suo figlio primogenito [Francesco da Carrara, n.d.r.] (che ha saputo mantenerla sino ad oggi anche in una pace costante) che si deve ammettere che fu la sola città - fra tutte - a sollevarsi piuttosto che a crollare; eppure, se si fa il confronto con quello che la città era prima che io vi venissi, vale a dire prima dell'inizio della peste, anch'essa, come tutte le altre, non è più pari a se stessa ed è divenuta sicuramente diversa.