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Descrizione tragico-comica di una giornata padovana
Descrizione tragico-comica di una giornata padovana
Opera: Lettere di Ippolito Nievo
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Descrizione tragico-comica di una giornata padovana
Lettere di Ippolito Nievo
pp. 273-274
Ad Attilio Magri, Padova, marzo 1854 E veramente ti proclamerò l’angelo più ipocondriaco dell’itterico cielo di Mantova se non sorriderai almeno a fior di labbro alla descrizione tragico-comica di questa mia vita Padovana che fluisce monotona, laboriosa e addormentata talora fra un paragrafo del regolamento, una antitesi Zambelliana, e quattro versetti umoristici. – Immaginati che non si può più scappare alla terribile levata delle sette e mezzo: gli appelli si succedono come le note d’una scala cromatica sfiorate sui tasti del Pianoforte del primo pianista di Europa, e le croci fioccano come la neve che il vento minaccia ora a turbinio contro le vetriere semigotiche. – Cosa provenne da ciò? – Nient’altro che un cambiamento di vita, d’abitudini, d’idee; nient’altro che uno stravolgimento completo di tutto ciò che da sette od otto anni costituiva, come dicono i filosofi, la maniera di manifestarsi del mio essere. Alle sette di sera, io esco infallibilmente dalla Borsa di Pedrocchi, e mi rintano nel mio bugigattolo o a ricopiare il Galileo, o a masticar qualche verso, o a scriver qualche lettera come faccio ora con tanto piacere. E sì sono quattro ore… che quattro! gli è niente meno che dalle sette e mezza che sono quì, ed ora appunto all’orologio della padrona sono scoccate le due dopo mezzanotte – dunque supposto che abbia cominciato questo foglio un venti minuti fa ho impiegato niente meno che sei ore e dieci minuti a correggere e a mettere in netto l’altro quarto del Dramma che ti accennavo poco fa – Questo però è un miracolo che succede al Mercoledì, e al Sabato sera, miracolo periodico che sa di scolaresco lontano settanta miglia e che perciò farà sentire fino alle tue narici il tanfo della pedanteria e del metodismo. – Le altre sere alle otto e un quarto in punto mi cavo gli stivali e prendo le mie misure in modo che alle otto e mezza io sia bello e coricato. Coricato? – domando scusa del termine, perchè mi metto bensì sotto le coltri fino alla cintura, ma del resto sto in sul sedere colla mia brava vesta da camera tirata sotto il mento, colla mia scatola da tabacco a lato (ti prego di comunicare a tuo padre questa novità) e col mio libro fra le mani semighiacciate in cui a tratti risveglio la circolazione intorpidita dal gelo, col fiato e collo stropiccio. Per solito non mi succede mai che mi addormenti prima dell’una ora, e alle sette e mezza né più né meno l’inesorabile megera che ha l’onorevole incarico di mia cameriera e maggiordoma mette il capo dentro dall’uscio per annunziarmi la mia sentenza di morte o di vita, come si potrebbe chiamarla indifferentemente, secondo i varii punti di vista. Fuori dal letto ti aspetta o meglio mi aspetta il freddo; freddo nel vestirsi, gelo nel correre a quella benedetta Università, Siberia assoluta in quelle stanzaccie a cui si diede il nome di Stalloni, e a cui manca delle stalle il suo buon requi-sito, l’aria tiepida. Là la noja entra pegli orecchi ad assiderarti il cervello, mentre il freddo penetra pei pori a mummiatizzare quel poco di animale che resta ancora nei nostri poveri individui. Beato se dopo quelle due ore fatali, mi resta ancora abbastanza di volontà e forza locomotiva, da recarmi all’inevitabile Pedrocchi, a bervi un caffè e latte paralizzato nei suoi effetti ristorativi dalla conversazione di qualche Tommasini e simili. In mezzo a ciò rido, scrivo versi e ti saluto. Ippolito