Home /
Testi /
Soliloquio IV. Ad Beatos Paulum Apostolum, et Augustinum Christi Confessorem (vv. 9-56)
Soliloquio IV. Ad Beatos Paulum Apostolum, et Augustinum Christi Confessorem (vv. 9-56)
Opera: Soliloquia
Dettagli Testo
Soliloquio IV. Ad Beatos Paulum Apostolum, et Augustinum Christi Confessorem (vv. 9-56)
Soliloquia
pp. 105-106
O duo terreni candelabra lucida mundi, O incarnati notio certa Dei, Ignotum Mundo regnum celeste tot annos Summa quibus Deitas explicuisse dedit: Felicos animae, Salutatorique propinquae, Empyreae lucis, participesque Dei, A terris surgens Patavi sum nuntia Vatis Musula, sumque animae certa loquela suae. Carnis in obscuris tenebris, et carcere coeco Sedit agens binis addita lustra decem, Vergitur ad senium, vicinaque tempora morti, Crastina nec superest certa videnda dies. Ad se preterite referat si tempora vitae, Invenit innumeris cuncta peracta malis. Dilexit terrena puer, caelestia prorsus Ignorans, ac si Numina nulla forent. Et si forte aliquid divinum corde subibat, Id mundanorum spernere fecit amor. Interea reliquis super excrescentibus annis Succrevit vitijs mens magis aucta suis. Crevit avara lues, Veneris quoque pestifer usus, Et semper torrens viscera Livor edax. Acer in accensas arsit furialiter iras, In se saepe fremens, accidiosus, iners: Et vaga corruptum tenuerunt otia corpus, Et nimis adversae dira vorago gulae. Non ego multiplices sum dicere iussa reatus, Deficerent numeris carmina nostra suis. Non tot habent atomos radiantis lumina Solis, Nec tot arenosum grana minuta mare, Impius ille suis quoties peccavit in horis, Praeberent tantam nec mea verba fidem. His captus Mundi laqueis sibi pauca paravit Profectura animae, seu valitura suae. Nunc quia pallenti tetra caligine visu Deficit, et stolido colla destectic humo, Ad mentem redijit, seque ad caelestia vertit, Vanaque quae, Mundi, preteriere videt. Paenitet exactae lasciva per otia vitae, Et dolet in longum consenuisse nefas: Tristior illachrimat, contritaque pectoria pulsat, Mordicat afficiens anxia corda timor: Multa Sacerdoti detexit crimina supplex, Obruerit quamuis ora pudenda rubor. Iussa tulit servanda piae parere professus Ecclesiae, dictis stant rata verba suae. Exoluitque suos operum pro parte reatus, Destitit assuetis insuper ille malis.
O due lucenti candelabri del mondo terreno, o conoscenza certa del Dio incarnato, a cui la somma Divinità ha concesso di spiegare per tanti secoli il regno celeste ignoto al mondo: anime felici, vicine al Salvatore, partecipi della luce empirea e della divinità, da Padova io sorgo, messaggera del Vate, piccola Musa, voce sicura della sua anima. Nelle oscure tenebre della carne e nel carcere cieco sedeva, vivendo vent’anni (due lustri per due), declina ormai nella vecchiaia, prossima alla morte, né è certo che domani possa ancora vedere la luce. Se guarda indietro al tempo della vita passata, trova ogni cosa segnata da innumerevoli mali. Amò da giovane le cose terrene, e del tutto ignorò quelle celesti, come se non esistessero dei. E se talvolta qualcosa di divino affiorava al cuore, l’amore per le cose mondane lo spingeva a disprezzarlo. Intanto, con il passare degli anni che via via crescevano, la mente diveniva sempre più piena dei propri vizi. Crebbe la piaga dell’avidità, e anche l’uso pestifero di Venere, e l’Invidia, vorace come un torrente, divorava sempre le viscere. Arse furiosamente d’ira furiosa e accesa, fremeva spesso dentro di sé, pigro e inerte. E l’ozio vagabondo avvinceva il corpo corrotto, e l’abisso tremendo della gola era troppo potente. Non mi è stato imposto di elencare le molteplici colpe, le nostre parole mancherebbero dei numeri necessari. Non hanno così tanti atomi i raggi splendenti del Sole, né il mare sabbioso tanti granelli minuti, quante volte l’empio peccò nelle sue ore, e neppure le mie parole basterebbero a darne fede. Preso in questi lacci del Mondo, preparò ben poco che potesse giovare o avere valore per la sua anima. Ora che nella tetra caligine il suo sguardo si spegne e il collo si piega con stolta umiltà verso la terra, ritorna in sé, e volge lo spirito al cielo, e vede vane le cose del Mondo ormai trascorse. Si pente della vita dissoluta consumata nell’ozio, e piange per aver fatto durare così a lungo il peccato. Piange tristemente, si batte il petto contrito, l’ansia rode il cuore, e il timore lo morde e lo opprime. Ha confessato supplice molti delitti al Sacerdote, anche se la vergogna arrossava il suo volto. Accettò i precetti, dichiarando di voler obbedire alla Santa Chiesa, e le sue parole rimasero salde. E in parte espiò con le opere le sue colpe, e inoltre cessò dalle abitudini malvagie.