Padova città materna

Opera: Città materna

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Padova città materna
Città materna
pp. 11-14
C’è nei miei più lontani ricordi una città vasta e profonda, irta di muraglie e di torri massicce, bruna bruna sotto un candido cielo d’estate, carica di silenzio, di paure, e d’una sua dolcezza triste e, non so come, materna. […] Certo, questa città ha un nome: un nome che abbiamo sempre saputo, senza che nessuno ce l’insegni. Ma dir Padova non è come dire tutto il mondo? Più avanti, percorrendo il paese della memoria, mi trovo, non so quando precisamente, in un’altra città; la quale, senza dubbio, è la stessa di prima, ma così mutata che quasi non la riconosco. Ora Padova è propriamente e soltanto una città; e il mondo comincia appunto là dov’essa finisce. [...] Dall'alto degli argini e dei ponti mi piace volgere lo sguardo alla città, e vedermela aperta davanti, bruna anche sotto i fuochi del tramonto; larga, piatta, compatta. Ecco la lunga schiena del Palazzo della Ragione, ecco le torri del Comune e del Bo, e la mole gigantesca del Santo, e le cupole solitarie del Carmine e di Santa Giustina, e, in mezzo, la massa d'alberi del Pra' della Valle. Cara Padova, ora la domino tutta col mio amore, e posso serrarmela al petto, come faccio con la mia mamma.

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