L'aria di Padova, quando non sopravvenga di forivia un venticello di monte o di mare a commuoverla e turbarla, porta in sè, commisti ma non confusi, tre odori, dirò così, fondamentali: quello polveroso delle vecchie biblioteche, quello grasso e vinoso delle osterie con stallazzo, e quello indefinibile, ma sensibilissimo, dei fondachi di tele e di stoffe. O mi sbaglio, o questi appunto sono gli odori delle tre anime che formano l'anima della città. Esistono infatti tre Padove, e tutti possono facilmente riconoscerle e individuarle: professorale l'una, rurale la seconda, e merciaiola la terza; e stanno insieme benissimo, in buona pace e armonia. [...] Tutte qui le Padove che si possono distinguere nell'antico amalgama cittadino? Tutta qui Padova? No, naturalmente. So bene che ci sono almeno tante Padove quanti Padovani; ognuno vedendo amando e odorando la sua. Questa, intanto, è la mia, trina ed una: quella che, in questo momento, s'impone alla mia fantasia, o, per meglio dire, alla fantasia del mio naso.