Studenti del Bo

Opera: Città materna

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Studenti del Bo
Città materna
pp. 84-85
Begli anni, quelli: erano la gioventù dello stomaco sano e della gamba svelta; erano l'attesa fidente del domani meraviglioso; erano la scoperta dei mondi del pensiero e dell'arte; erano l'amore; erano Padova... Chi vi può ricordare senza sospiro, o anni padovani? Anche noi, che a Padova ci siamo tornati (con altro vello, purtroppo), continuiamo a covare quella incontentabile nostalgia. Padova oggi ci presenta una tutt'altra faccia da allora, non tanto perché sia, com'è di fatto, in sè mutata, quanto perché siamo mutati noi, e come! Quella Padova dei nostri bei dì è già diventata, nella lontananza, una città mitica, su cui splende fermo il sole della memoria; e tutto quel che allora fu triste ora par gaio, e anche il male che soffrimmo e chiudemmo nel cuore distilla un miele soave. Penso a quei due vecchi soavi che insegnavano filosofia, anzi due inconciliabili filosofie, quando io entrai per la prima volta nelle aule del Bo. [...] Penso agli altri maestri, i quali ogni giorno ci parlavano dottamente di poesia. Ma altra poesia avevamo noi per la testa, la nostra; e perciò, disertata la scuola, ci seppellivamo spesso nelle buie biblioteche, ci sperdevamo sugli argini aperti del Brenta, ci buttavamo in bicicletta sulla strada dei colli. [...] Penso ai compagni diurni e notturni, filosofanti e spensierati, innamorati chi di un'idea, chi di una ragazza, chi, semplicemente, della vita. Ma!

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