Borgo Santa Croce

Opera: Città materna

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Borgo Santa Croce
Città materna
pp. 65-72
Qualche volta, condotto delicatamente per mano dal demone della nostalgia, torno a questi luoghi che imparai da bimbo, e mi sforzo di rivederli com'erano allora. Erano, certo, tali quali adesso; tant'è che, a farci un po' d'attenzione, posso riconoscere ogni porta, ogni finestra, ogni muro, e fin le pietre del lastricato. Tutto è inverosimilmente al suo posto, eguale a se stesso. Il sole e l'ombra si spostano, si cacciano, s'inseguono da un portico all'altro, attraverso la strada, nel lento giro delle ore, proprio come al tempo ch'io ne studiavo i vaghi moti e disegni dal poggiolino della mia vecchia casa. Eppure tutto è mutato, diverso, e, sì, irriconoscibile. Si apriva allora ai miei occhi un arcano mondo, pieno d'incanti e di paure. Le case di fronte, chiuse nei loro lineamenti fermi, enigmatici, avevano qualcosa di fatale, come un paesaggio geologico; e sotto il portico, nel vario gioco del sole e dell'ombra, apparivano e sparivano esseri misteriosi, dei quali a poco a poco apprendevo i volti, le movenze ei mitici nomi. In mezzo alla strada passavano le 'timonelle' scroscianti; i grandi carri che traevano dall'aspro ciottolato una musica stranamente sgranata e vellutata; il tram che scivolava via sul liscio delle rotaie, dietro ai due cavallucci zoccolanti; i carrettini dei venditori ambulanti, avvolti di brevi gridi e d'interminabili melopee. Cominciavano al mattino le erbivendole, stridule come galline: Bisi, done! Seguiva l'ortolano, che portava in giro il suo verde su un carretto più grande, tirato dal somarello baio. Cantava lungo, lievemente lagnoso: Patate, sucòi, fasòi - e vôrla ùa; e la bestia batteva il tempo, crollando gli orecchi e la testa. Più tardi si udiva il sospiroso appello del pentolaio: E xè qua el pignata-a-ro!, o il bisillabo fuggevole dell'arrotino: El gùa... Su tutte queste voci, a larghe ondate intermittenti, si stendeva lo scampanio di Santa Croce, o quello, fuso in un continuo rombo glorioso, di Santa Giustina e del Santo. [...] Tutto ciò era spettacolo, romanzo, avventura; come, su per giù, la processione del Redentore, l'uscita della fanfara dei 'Santannati' i carri di carnevale, e le mie escursioni, con la zia Neni, negli altri quartieri della città; ma il mio vero mondo, la mia realtà assoluta, restavano quelle tre o quattro case che potevo osservare a tutte l'ore dall'alto del mio poggiolino: mondo tanto più misterioso e affascinante quanto più reale e quotidiano. [...] O fantasticate finestre, spie dell'incomprensibile vita, a rivedervi ora, che (press'a poco) ho compreso che cos'è la vita, a rivedervi così piccole e così qualunque, provo non so che compassione di me, di voi, di tutto. Chi mi restituirà alle mie solitarie sognerie di bimbo; al mio poggiolino (eccolo là coi suoi ferri incrociati e contorti a voluta), donde, tra estasiato e sgomento, udivo il canto profondo, scoprivo, di là della barriera delle case impenetrabili, le infinite distese dell'oceano sconosciuto?

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