Il mio Pra' della Valle

Opera: Città materna

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Il mio Pra' della Valle
Città materna
pp. 35-41
Il mio Pra' della Valle non è, direi, un luogo nello spazio; sì, piuttosto, un luogo nel tempo. Nel tempo, cioè nel passato, cioè nel ricordo; cioè nel mio cuore, a cui le lontane memorie, via via che fuggono gli anni, vengon facendosi sempre più vicine e presenti. Non è, si capisce, il Pra' della Valle dei turisti e delle cartoline illustrate; e non ha niente da spartire con quello degli esteti, i quali, suggestionati ancora da D'Annunzio, s'immaginano che i platani sian 'olmi', e che le statue di pietra tenera sian nientemeno che 'marmi'. [...] La prima immagine del Pra' della Valle, che posso distinguere dentro di me, è certamente anteriore all'incontro con qualunque libro e perfino all'invenzione dell'alfabeto... Una cosa immensa, carica di mistero, quasi angosciosa; eppur beatificante. Gli alberi si levano così alto che veramente toccano il cielo, e quel giro di palazzi all'intorno è come il limite ultimo del mondo, oltre il quale esiste soltanto il borgo di Santa Croce, dove mi aspettano la mia casa e la mia mamma. [...] Mi par di essere stato sempre solo, allora: solo con quella luce estatica che, a ripensarla adesso la vedo ferma, fissata, immutabile, nonostante il suo continuo variare. Verso sera, sì, avveniva un mutamento che ancor oggi rivedo. Il sole saliva su su per i gran tronchi, si raccoglieva sui rami estremi, dileguava dentro il cielo alto, trasparente. Il prato si velava d'improvviso di vapori pallidi che fumavano dall'erba incupita d'umidità; e allora bisognava andarsene, ripercorrendo il viale rivarcando il ponte, e poi, attenti alle carrozze attraversando il largo spiazzo esterno, fino all'imbocco del borgo. Credo di aver sentito in quelle sere, in qualcuna di quelle sere di maggio, il canto del cucù; con un palpito di strana commozione, a cui ora darei il nome di panica. Alla stessa epoca appartiene certo anche un Pra' della Valle notturno, che mi ritrovo dentro associato a contrasto con la visione abbagliante di una sala tutta luci, piena di ballerini e di maschere. Si tornava, forse, da quella festa: io, sfinito dal sonno, trascinavo le gambe dietro il passo dei miei genitori. A occhi socchiusi scorgevo, da sotto i portici della Loggia Amulea, l'enorme massa nera degli alberi, accampata dentro la tenebra turchina, e le tremule fiammelle d'oro dei fanali a gas sparse in quella solitudine paurosa. Uno spicchio di luna senza colore, come morta, stava sospeso sopra i neri cupoloni del Santo... Ahimè, non c'è surrealismo, né realismo magico, né altra cabala letteraria che possa soccorrermi a descrivere una memoria così intimamente confusa col sogno. Più avanti nel tempo, ai miei sette otto anni, il Pra' della Valle mi diventa un campo di giuochi inebrianti e clamorosi. [...] Si vola da un capo all'altro del gran prato, gridando a squarciagola. È il giuoco della 'bandiera', nel quale io mi distinguo per la gamba veloce e per il facile salto delle 'seghette', mentre altri domina per la potenza degli spintoni o per l'impiego frodolento degli sgambetti: donde ruzzoloni, sbucciature ai ginocchi, e battaglie di cazzotti. Altre volte si fa partita a due, gareggiando nel salto dei grossi paracarri a piè dei ponti, o camminando sugli angusti listelli di pietra che girano dietro i basamenti delle statue, specie di cenge, sospese sull'acqua del canale. (Lo avesse saputo la mamma, che si fidava tanto del mio giudizietto!). Ma il Pra' della Valle non sarebbe, ora, quel mondo di meraviglie che è, se non accogliesse ai suoi margini, verso Santa Giustina, le giostre e i casotti della fiera. Sono i giorni del Santo, e tutto il prato è invaso dai cavalli; schioccano le fruste, gli zoccoli tambureggiano sul terreno, di qua e di là si levano scroscianti nitriti, grida di sensali, antifone di venditori ambulanti, gloriosi scampanii di chiese. [...] Dieci, dodici anni: la bicicletta. Certe mattine d'inverno, prima di andare a scuola (dunque verso le otto, tra lusco e brusco) su quella gran pista del prato facevo folli esercizi di velocità e di acrobazia ciclistica, sorvegliato dai platani amici, soli spettatori delle mie prodezze. L'aria era nebbiosa, il gelo bruciava le mani senza guanti, io ero tutto in sudore; ma il buon Dio dei ragazzini, da sopra i platani, mi teneva certo nella sua santa custodia. [...] Il mio Pra' della Valle veniva ormai assomigliandosi a quello di tutti. Cominciavo a interessarmi delle statue, a riconoscere Livio e Andrea Memmo e Galileo, e gli altri illustrissimi. Allora appunto venne fuori il sonetto di D'Annunzio a confondermi le idee, a scandalizzarmi con quell'inaspettato finale del 'giardin d'Armida... Non so ora; ma ai miei tempi in terza ginnasio si leggeva la Gerusalemme; io m'ero già fatto, dunque, seguendo (sull'edizione purgata) l'avventuroso cammino di Carlo e di Ubaldo, una certa immagine del meraviglioso giardino [...] Il mio Pra' della Valle, quello delle partite a 'bandiera', dei casotti, delle bighe e dei cucù primaverili, non poteva assolutamente adattarsi alla trasfigurazione dannunziana. Una cosa il Pra' della Valle, un'altra il giardin d'Armida: non c'era modo di confonderli in uno. E fu così che, fino ab initio, insieme con la debita ammirazione, il più celebre poeta del mio tempo m'ispirò una certa, debbo dir salutare, diffidenza.

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