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Padova e la difesa della propria libertà (Ecerinis, vv. 401-458)
Padova e la difesa della propria libertà (Ecerinis, vv. 401-458)
Opera: Ecerinis
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Padova e la difesa della propria libertà (Ecerinis, vv. 401-458)
Ecerinis
pp. 178-180
Nuntius: Progressa Venetis exulum fervens aquis invasit agros magna Patavorum cohors Ferrariensiumque, quot plenae rates deferre poterant, totus et Venetus favor, cruce praevia Papaeque legato duce. Districtualium subito victis locis, venere ad urbem. Currit ad pontem pedes; subiectus altas incremat portas focus undante fumo. Desuper nullus stetit, Omnisque cessit victa custodum manus. Capta Padua est, et exules illam tenent. Ecerinus: Abscede, mendax serve: mulctatus pede praemium relatu tolle condignum tuo. Ast Ansedisius ecce venit hac. Hem, quid est? Ansedisius: Amissa Paduae civitas: hostes habent. Ecerinus: Amissa vi? Ansedisius: Vi amissa. Ecerinus: Qua? Ansedisius: Ferro fuga et ignibus, vinci quibus et urbes solent. Ecerinus: At te superstite, sola quem facies notat illaesa noxium, sceleris index tui? Secede, cui non poena sufficiat necis. Commilitones, nostra quid virtus petit? Animos viriles casus infestus probat. Commilitones: Magnanime princeps, tolle consilium tuis salubre votis. Subito Paduanos cape, Verona vinctos teneat et carcer tuus: mortes minare rigidus et Paduam celer accede; muros milites cingant tui. Invade trepidos, tolle pendentes moras; terror suorum, noster et magnus vigor sternent rebelles: victor optatum feres. Fortuna vires ausibus nostris dabit. Chorus: O fallax hominum praemeditatio eventus dubii sortis et inscia venturae! instabiles nam variat vices motus perpetuae continuus rotae. En atrox Ecerinus citus advolat. Assuetam Paduam colla iugo dare infestam reperit, iussaque spernere vallatam aspiciens, agmine circuit; ad ripas acies fluminis admovet. Stat contra series ordine militum inspectans oculis ora tyrannica; infandas rabies ausibus exprobrat. Postquam nulla virum spes Paduae manet, retro vertit equum castraque summovet; Veronam redit iram exacuens suam. Ad caedes properat concitus impias, captivos Patavos innocuos fame caecis carceribus conficit et siti, et vitas adimit milibus undecim. Nullis plaustra vehunt agnita corpora: non natum genetrix, non mulier virum agnovere suos certave funera: communes lacrimae desuper omnibus. Desunt praedia tot busta recondere, corrumpit sanies aethera desuper. Spectator queritur iudicii parum, dum restat Patavum quod reparet genus.
Nunzio: Venendo su per i fiumi veneti, una tumultuosa e grande coorte di esuli padovani e ferraresi, quanti i navigli pieni potevano portarne, e tutti i rinforzi dei veneziani, con la croce innanzi e, duce il legato del papa, invasero le campagne. Vinte subito le difese dei distretti, vennero alle città. Un fante corre al ponte: il fuoco gettato al loro piede brucia le alte porte fra vortici di fumo. Nessuno di sopra ha resistito, e tutte le schiere di custodi vinte han ceduto. Padova è presa, e gli esuli la tengono. Ezzelino: Via di qui, servo bugiardo: e col taglio di un piede prendi il degno premio del tuo racconto. Ma ecco che arriva Ansedisio, che avviene? Ansedisio: Perduta la città di Padova: i nemici la tengono. Ezzelino: Perduta con la forza? Ansedisio: Perduta con la forza. Ezzelino: Quale? Ansedisio: Con il ferro, il fuoco, la fuga e con quanto le città sogliono essere vinte. Ezzelino: Ma te superstite, che basta l'aspetto illeso, segno del tuo delitto, a dichiarare colpevole? Via di qua, e troppo esigua pena ti sia la morte. Compagni che chiede il vostro valore? Un caso molesto sperimenta gli animi virili. Compagni d'armi: Magnanimo principe, prendi una decisione salutare ai tuoi desideri. Arresta subito i nativi di Padova, e li raccolga in ceppi il tuo carcere a Verona: minaccia loro severo la morte e marcia rapidamente su Padova: le tue forze ne assedino le mura: da' l'assalto finché trepidano, leva ogni indugio, il loro terrore per i parenti e il nostro grande impeto prostreranno i ribelli: vincitore adempirai il tuo voto. Al nostro ardire darà aiuto la fortuna. Coro: O fallace prevedere degli uomini, ignaro dell'ambiguo esito e della sorte avvenire! Poi che tramuta le instabili vicende il moto continuo della perpetua ruota. Ecco l'atroce Ezzelino rapido vola. Padova, già avvezza a piegare al giogo i colli, trova nemica, e, vedendola cinta di vallo, irridere alle sue ingiunzioni, la circonda di armati, muove l'esercito contro gli argini del fiume. Di fronte stanno in bell'ordine le schiere dei soldati, che con gli occhi scrutano la faccia del tiranno, con ardimento rintuzzano gli indicibili furori. Dopo che a tanto uomo non resta nessuna speranza di Padova, volge indietro il cavallo e rimuove gli accampamenti; torna a Verona acuendo la sua ira: s'affretta furioso a empie stragi. Gli innocenti prigionieri padovani, nelle cieche carceri, per fame e sete finisce e toglie la vita a undicimila. I carri portano corpi che nessuno riconosce: non la madre il proprio figlio, non la moglie il proprio marito riconobbero, o sicuri funerali: comuni su tutti le lacrime. Mancano i campi a coprire tanti corpi: di sopra, la putredine inquina l'atmosfera. Guarda egli, e lamenta la pochezza del giudizio, finché tanto resta da rinnovare la schiatta padovana.
Padova fu conquistata ufficialmente da Ezzelino III il 24 febbraio 1237, dopo una prima resistenza ai suoi assalti. Il 20 giugno 1256, mentre Ezzelino è all'assedio di Mantova, la città di Padova, da otto anni governata dal podestà Ansedisio de' Guidotti, nipote di Ezzelino, finalmente è liberata, grazie anche alla crociata indetta da Innocenzo IV.