A Matilde Ferrari, Padova 3.9.50 […] Stamattina mi son levato assai tardi. I brevi sonni, e le continue passeggiate della settimana scorsa mi aveano fiaccato le ossa – e ho voluto indenizzarmi del tempo perduto – Erano battute le undici quando sortii di casa e mi incamminai lentamente al Convento degli Eremitani, ove si ammirano diverse stupende pitture di Andrea Mantegna – Ho veduto dei quadri di Raffaello, di Tiziano, di Paolo Veronese più corretti, più perfetti di quelli ma non ho mai osservato in nessun luogo una risolutezza di pennello e una originalità più grande! – Sono pur grandi e sublimi le emanazioni del genio! – son pur miracolose le opere di colui che si strappa dalla schiavitù, dall’abbiezione del suo secolo per presentire collo spirito i portenti dell’avvenire! – E tale era Mantegna! – In un secolo barbaro e rozzo, in un paese diviso dalle gare cittadine e dalle popolari discordie il suo animo fiero e potente si educò alla fierezza e alla potenza! – I tratti del suo pennello ebbero tutti i caratteri che ebbe l’Italia in quel tempo – sublimità, inconseguenza, decisione, grettezza, ardire, puerilità. – Esso era nell’infanzia dell’Arte – ma l’arte si era immedesimata con lui per trarlo fuori dal fango degli imitatori e sollevarlo al cielo delle menti creatrici.