Que tibi digna feram suscepte premia palme, incumbens fastis, urbs mea, tota meis? Unde tibi de me tante molimina cure ut mei mirthea tempora fronde tegas? Non ego sum Naso, tenerorum lusor amorum, deservit Livi nec michi lingua Titi; non ego fagineis cecini te, Tytire, silvis, scripta Dyonei nec michi gesta ducis; carmine sub nostro, cupidi lassiva Catulli Lesbia, dulce tibi nulla susurrat avis; non me detinuit bissenis Thebais annis, nec vigil Eaciden ad fera bella tuli; bella sub Emathiis alius civilia campis edidit et ritus deliciasque Phari. Cur igitur sacris edere laurique racemis cingitis o Patavi tempora nostra viri? Non ego cum tanto merui candore favorem sit laus hec titulis adicienda meis: sive Ecerinis erit que tot solacia prebet, edita sub tragicis parva camena metris, sive tui gestus nostris, Henrice, libellis (laude tua dignus, septime Cesar, eras), gesta tibi fuerant meritis ornanda tropheis et non divitiis attribuenda meis. Ite, boni fratres, vestras succidite lauros, hec ad Cesareas munera ferte fores. Execrate odiis Ecerini facta profani illaque per vestras pingite gesta domos. Sunt imitanda locis ut proficientia multis, sunt etiam nostris multa cavenda libris. Cernite non quis sit, sed quid pronunciet autor: indicat autorem nota loquela suum. Cerne prius parvis si me conferre poetis iure potes; grates tunc tibi, lector, agam. Expedit hoc igitur, ut me experiare legendo, ne pluris merces quam precieris emas; proque meo nunquam vitabo carmine famam, pro meritis noscar dummodo qualis ero. Tunc, michi preponens alios, contentus abibo: non erit ingenii fama maligna mei; tunc quoque maiorum venerabor scripta virorum et mea tunc rebor iure minora suis. Si me Roma suis nolet conferre poetis, hac saltem Patava tutus in urbe legar.
Quali degne ricompense offrirò a te, mia città, che sei tutta protesa ai miei fasti? Da dove ti giungono le forze per una sì grande premura nei miei confronti, che ricopri le mie tempie con la fronda di mirto? Io non sono Nasone, poeta giocoso dei teneri amori, né ho avuto a disposizione la lingua di Tito Livio; io non ho cantato te, Titiro, nei boschi di faggio, né ho scritto le gesta del duce Dioneo; dietro il nostro canto, dissoluta Lesbia del bramoso Catullo, nessun uccello ti sussurra dolcezze; non mi ha impegnato la Tebaide per dodici anni, né vigile ho condotto a fiere guerre l’Eacide; un altro narrò le guerre civili nei campi macedoni e le usanze e le delizie di Faro. Perché dunque, dei sacri ramoscelli di edera e di alloro cingete, o Padovani, le nostre tempie? Io non ho meritato per tanta sincerità di accenti la benevolenza che questa lode ricadesse sulle mie opere: sia che simili gratificazioni mi siano offerte dall’Ecerinide, piccola camena pubblicata in versi tragici, sia che mi derivino dalle tue gesta, Enrico, nei nostri libelli (tu eri degno della tua lode, settimo Cesare), quelle gesta per mano tua erano degne di fregiarsi di meritati trofei, né esse dovevano attribuirsi alle mie capacità. Andate, buoni fratelli, tagliate i vostri allori, portate questi doni alle porte di Cesare. Disprezzate con odio le azioni dell’empio Ezzelino e dipingete quelle gesta nelle vostre case. Come in molti luoghi ci sono cose da imitare in quanto utili, ce ne sono anche molte da evitare nei nostri libri. Considerate non già chi sia l’autore, ma che cosa egli dica: una loquela nota denuncia il suo autore. Considera prima con giudizio se mi puoi accostare ai piccoli poeti; allora ti renderò grazie, lettore. Questo allora importa, che mi sperimenti leggendo, affinché non compri merci a un prezzo maggiore di quel che tu valuteresti; e per la mia poesia giammai scanserò la fama, purché io sia conosciuto quale sarò per i meriti. Allora, a me anteponendo altri, me ne andrò contento: non sarà malevola la fama del mio ingegno; allora anche onorerò gli scritti degli antichi e allora riterrò giustamente i miei inferiori ai loro. Se Roma non vorrà accostarmi ai suoi poeti, almeno sarò letto al sicuro in questa città di Padova.
L'epistola è databile tra il 1315 e il 1316 e fu composta da Mussato in occasione della sua incoronazione a poeta o del suo primo anniversario.