Se debba celebrare o no il genetliaco (vv. 1-60)

Opera: De celebratione sue diei nativitatis fienda vel non

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Se debba celebrare o no il genetliaco (vv. 1-60)
De celebratione sue diei nativitatis fienda vel non
pp. 175-176
Tempus adest benedicte Deus, sate Virgine Christe,
Quo mihi Natalis stat celebranda dies.
Sexta dies haec est, et quinquagesima nobis,
(Tempora narrabat si mihi vera Parens)
Musta rcconduntur vasis septemque decemque
Nunc nova post ortum mille trecenta Deum.
Jamque senectutis peraguntur tempora nostrae,
Meta sequens senii jam celerantis erit.
Attenuant dirae fatalia stamina Parcae,
Ad fines aevi praetereuntis eo.
Quid mihi vobiscum est actae mea tempora vitae,
Ut cupiam curis addere cura meis?
Nil intentatum, tribuat quod vita, reliqui,
Plus, mihi quam dederit, non habet illa novi.
Editus in lucem Mundi contagia flevi,
Inque statu natus pauperiore fui.
Esse miser didici teneris infantulus annis,
Cuique miser tribuit vix clementa Pater.
Bina mihi fratrum series adjuncta Sorori,
Et tamen illorum de grege major eram.
His Pater, ut major, Patris post fata relinquor,
Quam fierem pubes, sic Pater ante fui,
Ipseque cum minimis alui, fovique minores,
Augebant vires Numina sancta meas.
Parva mihi victu praebebant lucra Scholares,
Venalisque mea littera facta manu.
O labor extremus, sed vitae tuta facultas!
O felix mixta conditione miser!
Sola fames nostro suberat ventura timori,
Ille licet mordax, sed timor unus erat.
Non tuba, non gladii, non qui vorat omnia livor
Actibus instabant invidiosa meis.
Ut mihi quaerendi succrevit cura peculi,
Succrevit vitae pestis iniqua meae.
Namque ego paulatim quaesiti cultor acervi
Coepi perpetuam corde fovere sitim.
O nulli similis vehementia mentis avarae!
O radix omnis perniciosa mali!
Aucta graves auxit pariter substantia curas,
Quae mihi continui causa timoris erat.
Ad bona fortunae veni labentibus annis,
Velaque sunt magno tunc mea tenta mari,
Transtulit ad causas Juvenem sors prima forenses,
Et me verbosi mersit in ora fori.
Arte sub hac emptus pretio mea verba locavi,
Quaerebat victum garrula verba suum.
Nostra per ambages aetas me transtulit illas,
Integra vix septem dum mihi lustra forent.
His raptus jam factus Eques loca celsa Senatus
Sortitus, me sic sorte ferente, fui.
Quo me saeva rapis fallax Fortuna timentem
Semper vela tuis explicuisse Notis?
Me Fortuna dolo super alta palatia tollis,
Forsitan impulsu quo graviore ruam.
Nos, et nostra simul pelago commisimus alto,
Coepi Fortunae credere vela vagae.
Qui tibi promittis meritis confidere justis,
Et cui credideris, spes tua Vulgus erit.
Certa magis fuerit navis commissa procellis,
Certior et caelo meta volantis Avis.
È tempo che - benedicendo Dio, figlio della Vergine, Cristo - sta per celebrarsi il mio compleanno. Se è esatto il tempo che mi diceva chi mi ha generato, questo è il mio cinquantaseiesimo genetliaco. Ora si chiudono nei recipienti i mosti nuovi, i milletrecentodiciassettesimi dopo la nascita del Signore. E io ormai percorro gli anni della vecchiaia, poi verrà la meta del senio che già s'affretta. Assottigliano le inesorabili Parche il filo del destino, vado verso il termine dell'età che corre via.
Che mi lega a voi, anni della mia vita passata, perché ai miei affanni io desideri aggiungerne altri? Niente che la vita offra lasciai intentato, non ha essa di nuovo più che non m'abbia dato.
Venuto alla luce, piansi i malanni del mondo, e mi trovai dalla nascita in molto misero stato. Ad essere povero imparai da bambino, nella tenera età, e, povero, mio padre mi dette appena i primi rudimenti. Erano del numero due fratelli oltre una sorella, e però, del loro gregge, io ero il maggiore. Come maggiore, morto il padre, resto padre ad essi, così fui padre prima d'essere adolescente. E con minimi mezzi io stesso nutrii e allevai i minori, i Santi del cielo aumentavano le forze.
Piccoli guadagni per mangiare, me li davano gli studenti e la vendita di copie che facevo di mia mano. O estrema fatica, ma sicurezza di poter vivere! o me felice povero, in quella meschiata condizione. Solo la fame ventura era subentrata nel nostro timore, ma per quanto mordente, era l'unico timore.
Non la fama, non le armi, non il livore che tutto distrugge, dominavano invidiosi i miei atti.
Quando in me crebbe la cura di procurarmi danaro, crebbe alla mia vita un tristo malanno. A poco a poco infatti, studiando di accumulare guadagno, presi a nutrirmi in cuore una incessante sete. O incomparabile veemenza dei pensieri d'avarizia, o sciagurata radice d'ogni male. I mezzi accresciuti accrebbero del pari le gravi sollecitudini, che mi erano cagione di continuo timore.
A ricchezza venni con il passare degli anni e allora nel gran mare furono tese le mie vele. La sorte mi portò dapprima alle cause forensi e mi sommersi nei lidi del verboso tribunale. In quell'arte, comprato a prezzo, affittai le mie parole, la garrula lingua voleva il suo alimento. Attraverso quelle tortuosità gli anni mi portarono finché ebbi compiuti appena sette lustri. Rapito da quelle, già fatto cavaliere, così portando la sorte, mi toccarono gli alti seggi del Senato.
Dove mi porti, cattiva ingannatrice, Fortuna? ho sempre temuto d'aprire le vele ai tuoi venti. Con malizia, Fortuna, mi levi sopra gli alti palazzi forse perché con più grave impeto cada. Me, e le mie cose insieme, ho affidato al mare aperto, ho cominciato a lasciare alla mutevole sorte le vele.
O tu che ti proponi di fidare nei giusti meriti e in qualche cosa cui possa credere, la tua speranza sarà il volgo. Più sicura sarebbe una nave affidata alle tempeste, e più sicura al volo d'un uccello una meta nel cielo.

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