Turris in amplexu laticum fabricata virentem despicit agrorum faciem. Procul exulat arbos, sponte sua tristi ridens patet area bello. Huc studio formata Dei, cantata Britano, Hyseis ardenti totiens querenda marito venerat, insanos frustrans Palamedis amores etc.
Una torre costruita nell’abbraccio delle ampie distese guarda dall’alto l’aspetto verdeggiante dei campi. L’albero è lontano in esilio, uno spiazzo si stende di propria volontà, sorridendo triste, per la guerra, campo aperto alla guerra. Qui giunse, plasmata con zelo da un dio, celebrata dal Britanno, Iside, che tante volte doveva essere cercata dall'ardente marito, ingannando gli amori folli di Palamede...
L'estratto del poemetto è pervenuto fino a noi grazie alla trascrizione di Boccaccio nello Zibaldone Laurenziano XXXIII 31, f. 46r. Il frammento corrisponde all'incipit dell'opera perduta, in quanto vi si delineano le caratteristiche di Isotta: la divina bellezza, la fama letteraria e il destino che l'avrebbe condotta ad abbandonare il marito per un altro ineluttabile amore.