A Matilde Ferrari, Padova 30.8.50. È pur soave, è pur potente nel cuore dell’uomo l’amore del paese che lo vide nascere! – la casa che ha raccolto i suoi primi vagiti, le strade su cui barcollavano i primi suoi passi, l’aria che nutrì la giovine e nuova sua vita, tutto è caro, tutto è dolce al cuor suo! – Perdonami, o Matilde, se io mi perdo tanto nel parlare di me; sono tanto presuntuoso che voglio crederti che ti sieno gradite tutte le cose anche frivole che mi appartengono. È si grato e sì armonioso all’orecchio l’accento che disvela il cuore di colui che amiamo! – Perdonami dunque ancora, o Matilde, se ti scrivo ancora di Padova! Sarebbe una sciocca ipocrisia la mia, se facessi misteri delle tenere emozioni che mi tumultuano nel petto per pompeggiare colle vane frasi di un amore che tu devi già sapere a memoria. – I fanali a gaz risplendono con un sorprendente riflesso contro le muraglie annerite dai secoli. La loro luce azzurrognola e gaja si stende sopra di esse, come il fulgore dell’intelligenza che si diffonde invincibile sopra l’ignoranza dei popoli! – Oh! quante volte questa sera, girando per le belle piazze della città, riandava colla mente le istorie vetuste della nostra sfumata grandezza! –Ah! l’Italia sarà dunque sempre il paese delle rovine e delle memorie? L’alito dei giovani fidenti ed arditi non ringiovanisce mai le sue corone appassite? – Questa sera il cielo era fosco ed azzurro, le stelle luccicavano rare e incerte nel vuoto dei firmamenti ed io solingo, meditabondo mi addentrava in tua compagnia per le contrade più remote ed oscure!