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De Patavio a militibus vastata (XXXV)
De Patavio a militibus vastata (XXXV)
Opera: Lusus
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De Patavio a militibus vastata (XXXV)
Lusus
pp. 67-68
Urbs, quam vetusto vectus ab Ilio Post fata Troum tristia, post graves Tot patriae exhaustos iniquo Tempore, tot pelago labores, Ducente demum Pallade, qua rapax Cultos per agros Medoacus fluit, Diis fretus Antenor secundis Condidit, Euganeis in oris; Tu, nuper flos et decus urbium, quascunque tellus Itala continet, magnas tot artes, tot virorum ingenia et studia una alebas. Te septicornis Danubii accola, Te fulva potant flumina qui Tagi, Longeque semoti Britanni Cultum animi ad capiendum adibant. At nunc, acerbi heu saeva necessitas Fati, severas ut pateris vices! Ut te ipse vastatam vel hosti Conspicio miserandam iniquo! Quid cultra tot pomaria conquerar? Tot pulchra flammis hausta suburbia? Quid glande deturbata ahena Moenia, praecipitemque saevi Mavortis iram, bellaque persequar Horrenda? squammis ille adamantinis Ferroque consertam rigenti Induerat chlamydem trilicem. Fremensque, et atrum lethifera manu Telum coruscans, secum odia, et necis Contemptum, et insanos tumultus, Secum animos, rabiemque agebat. Ille urbe ab imis sedibus eruta Imlesset omnes funeribus domos, Non ille vel sexu, vel ullo Efferus abstinuisset aevo.
Città che, dall’antica Ilio, dopo i tristi destini dei Troiani, dopo le gravi fatiche che, in tempi avversi, sfinirono la patria, e dopo tanti travagli sul mare, guidato infine da Pallade, là dove il rapace Medoaco scorre per i campi coltivati, Antenore, confidando nel favore degli dèi, fondò sulle rive euganee; tu, fino a poco fa fiore e decoro delle città che l’italica terra racchiude, tu sola nutrivi tante grandi arti, tanti ingegni e studi di uomini. A te chi abita il Danubio dalle sette foci, a te chi beve le acque fulve del Tago, e i Britanni remoti venivano per acquistare la coltura dello spirito. Ma ora - ahimè, dura e feroce necessità del fato - quali dure vicissitudini sopporti! Come io stesso ti contemplo, devastata, pietosa a vedersi perfino per l’iniquo nemico! Perché dovrei compiangere i tanti frutteti coltivati? i tanti bei sobborghi divorati dalle fiamme? perché dovrei inseguire (nel racconto) le mura rovesciate dai proiettili di bronzo, la precipitosa furia del crudele Marte e gli orrendi conflitti? Quello (il guerriero), rivestito di un mantello triplice d’adamantine scaglie, congiunto di ferro rigido, ruggendo e facendo guizzare nella mano omicida un’oscura arma, portava con sé odi, disprezzo della morte, tumulti insensati, animo feroce e rabbia. Quello, sradicata la città dalle fondamenta, avrebbe riempito di funerali tutte le case; feroce, non avrebbe risparmiato né il sesso (di nessuno), né alcuna età.
Il testo fa riferimento alla devastazione di Padova nell'assedio del settembre 1509, durante la guerra della Lega di Cambrai.