La santa crose, l’Ave, el Patanostro non se l’haom possù tegnir a mente, ni letra fatta a stampa o con ingiostro. A Arare e rupegare con gran stente: quest’è la nostra prima lecion che n’ha insegnò i nuostri mazorente. B Bruscar le vi’ e metter d’i pianton, a’ sè che ’l vin che faon non ne fa male: nu bevon l’aqua e gi altri beve el bon. C Cetole po reale e personale, i sbiri sì ne ten tanto agrezè, coegnom lassar i lieti e i cavazale. D Desculci, senza calce e strinciè, seom sbrendolusi e tutti sì n’inzerga e sempre a’ seomo i primi assachezè. E E canta i preve sora i cuorpi e sberga, po ne castra i borsetti a man a man. Ghe vegna l’ango mo’ sotto la chierga! F Formento, mégio, spelta e d’ogni gran per gi altri semenon, nu martoriegi co un puo’ de sorgo se fazon del pan. G Gagii, galline, oche e polastriegi gi altri sì magna e nu co un po’ de nose magnon d’i ravi com che fa i porciegi. H Huomeni e donne, tusi con le tose, el dì tutti se stenta quanto i pole e po la notte su le mille crose. I I soldè d’ogno banda sì ne tole e po ne lassa doppie le mogiere; seom sempre i primi a far le muzarole. K Kason de pagia, teze è le letiere, le stalle de le biestie è pur megiore, ogn’hom spublicamente el pò vedere. L Luvi de notte sì è nuostri segnore, rospi e ranuogi sì ne fa el biscanto, d’aseni e gagii aldom sonar le hore. M Martori sem con duogia e con gran pianto, le nuostre carte dise in spezorare, non sè como a’ possom mè soffrir tanto. N Nassem tutti a sto mondo per stentare, l’è sì desgratià sta nuostra nagia che d’ogno banda se sentom pelare. O Odio se portom tutti in la coragia, che se mostrom amisi al parlamento, può se magnessomo el cuor in fritagia. P Polenta e porri è el nuostro passimento, d’agio e scalogne el corpo se noriga, fra la zente n’andom spuzando a vento. Q Quustion fra nu e’ andom cercando e briga, spendom la festa i bieci in qualche ballo, el pan ne mancaeinuostri tosi ciga. R Rustici seom chiamè, non è gnian fallo, sem tutti falsi, che ve ’l vuò dir pure, no havom po pì rason com ha un cavallo. S Strope e stropiegi usom da far centure, le ne scusa per strenghe e an’ per zuogia e da ligar legambe a le zonture. T Tusi e le tose, anchora che i non vuogia, attende a i puorci fin che gi è passù; zoveni e vechi, tutti sem con duogia. V Vache co i buò, le biestie sta con nu. El mondo n’ha con biestie acompagnò e pruopio a muo’ de biestie seom tegnù. X Cristo fo da villan crucificò e stagom sempre in pioza, in vento e in neve perché havom fatto così gran peccò. Y Phigiuoli che ne nasse dentro al sieve, ghe faom le spese e sì i tegnom in ca’ e no saom si gi è nuostri o pur d’i preve. Z Zape e baili, vanghe e la gugià, co i nuostri cortelaci tachè al fianco, quest’è la letra che n’è stà insegnà. Et te sè dir che andom dal puoco al manco: a’ cherzo ben che ’l dì del gran deslubio a’ saron di maliti dal lò zanco. Co’ hagom del ben el svola via in un subio, stentomo in tanta duogia e strussion ch’agom la vita amara co’ è ’l marubio. Romponse pur la vita co’ a’ vogiom, sarem sempre de quigi che è al fondo: martori semo e martori sarom. A’ seom pruopio la schiuma de sto mondo.
La santa croce, l’Ave Maria, il Paternostro non siamo riusciti a tenerli a mente, né l’alfabeto imparato sulla stampa o con l’inchiostro. A Arar(e) e rompere le zolle con grande fatica: questa è la nostra prima lezione, che ci hanno insegnato i nostri vecchi. B Potare le viti e mettere i piantoni, così che il vino che facciamo non ci faccia male: noi beviamo l’acqua e gli altri bevono il buono. C Tasse poi, reali e personali; gli sbirri ci stanno sempre addosso, e ci fanno lasciare letto e guanciale. D Scalzi, senza calze né stringhe, siamo stracciati e tutti ci additano, e siamo sempre i primi a farne le spese. E E i preti cantano (messe) sopra i corpi e urlano, poi a poco a poco ci svuotano i borselli. Che gli venga l’angoscia sotto la tonaca! F Frumento, miglio, spelta e ogni grano per gli altri seminiamo; noi ci martoriamo e con un po’ di sorgo ci facciamo il pane. G Galli, galline, oche e pollastri gli altri se li mangiano, e noi, con qualche noce, mangiamo rape come fanno i porci. H Uomini e donne, ragazzi e ragazze, di giorno tutti stentiamo quanto possiamo e poi la notte su mille faccende. I I soldati di ogni parte ci portano via (quel che abbiamo) e ci lasciano le mogli raddoppiate (incinte); siamo sempre i primi a dover “metterci la museruola”. K Casone di paglia, teze e lettiere; le stalle delle bestie sono persino migliori, ognuno lo può vedere pubblicamente. L Il lupo di notte è il nostro signore; rospi e ranocchi ci fanno il baccano, e asini e galli ci segnano le ore. M Siamo martoriati, tra doglie e gran pianto; le nostre carte parlano di somme da sborsare, non so come possiamo ancora soffrire tanto. N Nasciamo tutti a questo mondo per faticare; è così sfortunata questa nostra condizione che da ogni parte ci sentiamo spennare. O Ci portiamo l’odio nel cuore: ci mostriamo amici quando si parla, poi ci divoriamo il cuore in frittura. P Polenta e porri sono il nostro sostentamento; d’aglio e scalogni si nutre il corpo, e tra la gente andiamo spandendo cattivo odore. Q Litigi fra noi, andiamo cercando briga; spendiamo le feste i pochi soldi in qualche ballo, manca il pane e i nostri bambini piangono. R “Rustici” ci chiamano, e non è neppure sbagliato; siamo tutti sciocchi, ve lo dico chiaro: non abbiamo più ragione di un cavallo. S Vimini e corregge usiamo per far cinture; ci servono per stringhe e anche per il giogo, e per legare le gambe alle giunture. T Ragazzi e ragazze, anche se non vogliono, badano ai porci finché tutto è passato; giovani e vecchi, tutti stiamo nel dolore. V Vacche coi buoi: le bestie stanno con noi. Il mondo ci tiene in compagnia con le bestie, e proprio a mo’ di bestie siamo trattati. X Cristo fu crocifisso da villani, e noi stiamo sempre in pioggia, vento e neve, come se avessimo fatto un peccato così grande. Y Figlioli che ci nascono dietro le siepi: ne paghiamo le spese e li teniamo in casa, e non sappiamo se sono nostri o dei preti. Z Zappe e badili, vanghe e la lesina, coi nostri coltellacci appesi al fianco: questo è l’alfabeto che ci hanno insegnato. E ti so dire che andiamo dal poco al meno: credo proprio che, il giorno del gran Giudizio, saremo dei maledetti alla sua sinistra. Quando abbiamo del bene, vola via in un attimo; stentiamo fra dolore e vessazioni e abbiamo la vita amara come il marrubio. Spezziamoci pure la vita quanto vogliamo: resteremo sempre fra quelli in fondo; martoriati siamo e martoriati saremo. Siamo proprio la schiuma di questo mondo.