L'alfabeto dei villani

Opera: Alfabeto dei villani

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L'alfabeto dei villani
Alfabeto dei villani
pp. 252-255
La santa crose, l’Ave, el Patanostro
non se l’haom possù tegnir a mente,
ni letra fatta a stampa o con ingiostro.
A Arare e rupegare con gran stente:
quest’è la nostra prima lecion
che n’ha insegnò i nuostri mazorente.
B Bruscar le vi’ e metter d’i pianton,
a’ sè che ’l vin che faon non ne fa male:
nu bevon l’aqua e gi altri beve el bon.
C Cetole po reale e personale,
i sbiri sì ne ten tanto agrezè,
coegnom lassar i lieti e i cavazale.
D Desculci, senza calce e strinciè,
seom sbrendolusi e tutti sì n’inzerga
e sempre a’ seomo i primi assachezè.
E E canta i preve sora i cuorpi e sberga,
po ne castra i borsetti a man a man.
Ghe vegna l’ango mo’ sotto la chierga!
F Formento, mégio, spelta e d’ogni gran
per gi altri semenon, nu martoriegi
co un puo’ de sorgo se fazon del pan.
G Gagii, galline, oche e polastriegi
gi altri sì magna e nu co un po’ de nose
magnon d’i ravi com che fa i porciegi.
H Huomeni e donne, tusi con le tose,
el dì tutti se stenta quanto i pole
e po la notte su le mille crose.
I I soldè d’ogno banda sì ne tole
e po ne lassa doppie le mogiere;
seom sempre i primi a far le muzarole.
K Kason de pagia, teze è le letiere,
le stalle de le biestie è pur megiore,
ogn’hom spublicamente el pò vedere.
L Luvi de notte sì è nuostri segnore,
rospi e ranuogi sì ne fa el biscanto,
d’aseni e gagii aldom sonar le hore.
M Martori sem con duogia e con gran pianto,
le nuostre carte dise in spezorare,
non sè como a’ possom mè soffrir tanto.
N Nassem tutti a sto mondo per stentare,
l’è sì desgratià sta nuostra nagia
che d’ogno banda se sentom pelare.
O Odio se portom tutti in la coragia,
che se mostrom amisi al parlamento,
può se magnessomo el cuor in fritagia.
P Polenta e porri è el nuostro passimento,
d’agio e scalogne el corpo se noriga,
fra la zente n’andom spuzando a vento.
Q Quustion fra nu e’ andom cercando e briga,
spendom la festa i bieci in qualche ballo,
el pan ne mancaeinuostri tosi ciga.
R Rustici seom chiamè, non è gnian fallo,
sem tutti falsi, che ve ’l vuò dir pure,
no havom po pì rason com ha un cavallo.
S Strope e stropiegi usom da far centure,
le ne scusa per strenghe e an’ per zuogia
e da ligar legambe a le zonture.
T Tusi e le tose, anchora che i non vuogia,
attende a i puorci fin che gi è passù;
zoveni e vechi, tutti sem con duogia.
V Vache co i buò, le biestie sta con nu.
El mondo n’ha con biestie acompagnò
e pruopio a muo’ de biestie seom tegnù.
X Cristo fo da villan crucificò
e stagom sempre in pioza, in vento e in neve
perché havom fatto così gran peccò.
Y Phigiuoli che ne nasse dentro al sieve,
ghe faom le spese e sì i tegnom in ca’
e no saom si gi è nuostri o pur d’i preve.
Z Zape e baili, vanghe e la gugià,
co i nuostri cortelaci tachè al fianco,
quest’è la letra che n’è stà insegnà.
Et te sè dir che andom dal puoco al manco:
a’ cherzo ben che ’l dì del gran deslubio
a’ saron di maliti dal lò zanco.
Co’ hagom del ben el svola via in un subio,
stentomo in tanta duogia e strussion
ch’agom la vita amara co’ è ’l marubio.
Romponse pur la vita co’ a’ vogiom,
sarem sempre de quigi che è al fondo:
martori semo e martori sarom.
A’ seom pruopio la schiuma de sto mondo.
La santa croce, l’Ave Maria, il Paternostro
non siamo riusciti a tenerli a mente,
né l’alfabeto imparato sulla stampa o con l’inchiostro.
A Arar(e) e rompere le zolle con grande fatica:
questa è la nostra prima lezione,
che ci hanno insegnato i nostri vecchi.
B Potare le viti e mettere i piantoni,
così che il vino che facciamo non ci faccia male:
noi beviamo l’acqua e gli altri bevono il buono.
C Tasse poi, reali e personali;
gli sbirri ci stanno sempre addosso,
e ci fanno lasciare letto e guanciale.
D Scalzi, senza calze né stringhe,
siamo stracciati e tutti ci additano,
e siamo sempre i primi a farne le spese.
E E i preti cantano (messe) sopra i corpi e urlano,
poi a poco a poco ci svuotano i borselli.
Che gli venga l’angoscia sotto la tonaca!
F Frumento, miglio, spelta e ogni grano
per gli altri seminiamo; noi ci martoriamo
e con un po’ di sorgo ci facciamo il pane.
G Galli, galline, oche e pollastri
gli altri se li mangiano, e noi, con qualche noce,
mangiamo rape come fanno i porci.
H Uomini e donne, ragazzi e ragazze,
di giorno tutti stentiamo quanto possiamo
e poi la notte su mille faccende.
I I soldati di ogni parte ci portano via (quel che abbiamo)
e ci lasciano le mogli raddoppiate (incinte);
siamo sempre i primi a dover “metterci la museruola”.
K Casone di paglia, teze e lettiere;
le stalle delle bestie sono persino migliori,
ognuno lo può vedere pubblicamente.
L Il lupo di notte è il nostro signore;
rospi e ranocchi ci fanno il baccano,
e asini e galli ci segnano le ore.
M Siamo martoriati, tra doglie e gran pianto;
le nostre carte parlano di somme da sborsare,
non so come possiamo ancora soffrire tanto.
N Nasciamo tutti a questo mondo per faticare;
è così sfortunata questa nostra condizione
che da ogni parte ci sentiamo spennare.
O Ci portiamo l’odio nel cuore:
ci mostriamo amici quando si parla,
poi ci divoriamo il cuore in frittura.
P Polenta e porri sono il nostro sostentamento;
d’aglio e scalogni si nutre il corpo,
e tra la gente andiamo spandendo cattivo odore.
Q Litigi fra noi, andiamo cercando briga;
spendiamo le feste i pochi soldi in qualche ballo,
manca il pane e i nostri bambini piangono.
R “Rustici” ci chiamano, e non è neppure sbagliato;
siamo tutti sciocchi, ve lo dico chiaro:
non abbiamo più ragione di un cavallo.
S Vimini e corregge usiamo per far cinture;
ci servono per stringhe e anche per il giogo,
e per legare le gambe alle giunture.
T Ragazzi e ragazze, anche se non vogliono,
badano ai porci finché tutto è passato;
giovani e vecchi, tutti stiamo nel dolore.
V Vacche coi buoi: le bestie stanno con noi.
Il mondo ci tiene in compagnia con le bestie,
e proprio a mo’ di bestie siamo trattati.
X Cristo fu crocifisso da villani,
e noi stiamo sempre in pioggia, vento e neve,
come se avessimo fatto un peccato così grande.
Y Figlioli che ci nascono dietro le siepi:
ne paghiamo le spese e li teniamo in casa,
e non sappiamo se sono nostri o dei preti.
Z Zappe e badili, vanghe e la lesina,
coi nostri coltellacci appesi al fianco:
questo è l’alfabeto che ci hanno insegnato.
E ti so dire che andiamo dal poco al meno:
credo proprio che, il giorno del gran Giudizio,
saremo dei maledetti alla sua sinistra.
Quando abbiamo del bene, vola via in un attimo;
stentiamo fra dolore e vessazioni
e abbiamo la vita amara come il marrubio.
Spezziamoci pure la vita quanto vogliamo:
resteremo sempre fra quelli in fondo;
martoriati siamo e martoriati saremo.
Siamo proprio la schiuma di questo mondo.

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