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L'allontanamento della donna amata (canzone X, vv. 15-42)
L'allontanamento della donna amata (canzone X, vv. 15-42)
Opera: Rime di Jacopo Sanguinacci
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L'allontanamento della donna amata (canzone X, vv. 15-42)
Rime di Jacopo Sanguinacci
pp. 322-323
Zita se n’è colei che seco porta le chiavi di la nostra debil vita, lasiando l’alma assai pegio che morta; zita se n’è quella bella infinita che facea onor al mondo e alla natura. Ahi, mia disaventura, come mi privi a torto d’ogni pace! Ma poi che alla Fortuna cussì piace, non serà mai ch’io faci al pianger fine, straziandome le crine, qual omo a torto perde ogni texauro: questo serà ristauro ch’io voglio aver per tanti lungi guai, fallace Amor, poi che tradito m’hai. Antenor, se nel ciel l’alma tua giace, vedendo la città tua tanto orbata, ben si de’ conturbar ogni tua pace, e se penando altrove l’hai guidata, ben si de’ radopiar ogni tua doglia, poiché 'l ciel ti dispoglia di quanta gloria in questo mondo avevi. Ahi, Padoa sconsolata!, non possevi far tanta guardia che non se fugisse colei la qual ti misse corona in capo di le donne belle? O vaghe damixelle, che senza lei parete cosa oscura, sempre piangete tal vostra sagura!
Il componimento è un lungo lamento, modellato su schemi e motivi petrarcheschi, in cui l’io lirico rivela la sua disperazione per la partenza dell'amata Elia. Nel dolore trova spazio anche una maledizione contro Antenore e una dura invettiva contro la città da lui fondata, Padova, che nulla ha fatto per evitare che la sua donna più bella, motivo di onore e vanto, andasse via. Il poeta non risparmia nemmeno Amore, invitato a vergognarsi perché reo di aver ricompensato la sua devozione tradendolo, allontanandole la donna amata.