G. D'Annunzio, Notturno, in Id., Prose di ricerca, vol. I, a cura di A. Andreoli e G. Zanetti, Milano, Mondadori, pp. 159-410.
2005
1921
Notturno di d’Annunzio nasce nel 1916, durante la convalescenza per una grave ferita all’occhio riportata in guerra, e viene pubblicato nella sua forma definitiva da Treves nel novembre 1921. Qui la consueta retorica superomistica lascia spazio a una prosa lirica spoglia, frammentaria, tutta concentrata su memoria, dolore e visione interiore: un punto di svolta nella sua scrittura. La genesi materiale del testo è celebre: al buio, bendato e costretto a stare supino, d’Annunzio scrive “Ho gli occhi bendati… Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga”, facendosi preparare migliaia di striscioline (“cartigli”) su cui traccia una sola riga alla volta; la figlia Renata raccoglie e ordina poi quelle strisce, trasformandole nel libro. La struttura segue tre ampie sezioni chiamate Offerte (Prima, Seconda, Terza) e un’Annotazione finale: il racconto non procede per trama, ma per quadri e meditazioni che affiorano dal buio della stanza e dalla memoria. Il motivo della morte attraversa soprattutto la Seconda e Terza Offerta, con pagine memorabili sulla scomparsa del compagno aviatore Giuseppe Miraglia e la veglia funebre; il buio fisico si trasforma in spazio visionario, quasi rituale. Sul piano stilistico, l’andamento è franto e musicale: periodi brevi, sostantivi e verbi essenziali, riprese anaforiche, immagini che legano luce e ombra in una dialettica continua. È la forma compiuta della sua prosa lirica, in cui il “vedere” nasce proprio dall’infermità dello sguardo.
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