Connessione Letteraria #267

Aleardo Aleardi • Canto politico

Estratto Letterario

"Dimando scusa di questa nota che riguarda me solo solissimo. Pure la metto, perchè ognuno à i suoi orgogli, e anch’io ò il mio; quello, vo’ dire, di non essere mai stato in vita mia nè Ghibellino nè Guelfo, ma italianissimo sempre. E però non vorrei si credesse, che questo mio sdegno severo contro il poter temporale, e questa lancia che m’industrio di rompergli addosso, fosser cose nate da ieri; fossero germogliate in causa delle recenti ribalderie del governo pontificio, o dello stomachevole baccanale, che cardinalume, vescovume e forestierume festeggiarono, per l’ultima volta, a Roma, di fresco. No. Per me queste le sono idee vecchie, che ò cominciato ad avere quando ò cominciato a pensare, e non mi sono lasciato cambiare nè anche da quello stupendo sofisma del Primato. Anzi, un presentimento sempre mi disse di dentro, che prima di andarmene dal mondo avrei veduto andarsene, in compagnia dell’Austria, anche il regno dei preti. E così sia, chè n’è ora. A prova di ciò mi è caro poter citare dei brutti versi scritti nei bei tempi della mia prima gioventù, quando ero in mezzo, per dirla col mio povero Beppe, alla baraonda tanto gioconda della mia buona Padova. Essi facean parte di un mostro che i miei amici ed io avevamo il coraggio di chiamar Ode. Ora codesto mostro, parlando, al suo modo, di patria, di religione e di amore, ch’egli chiamava l’Immenso tripode, su cui La Poesia brillò, fra le altre perle conteneva queste due strofe:
«Cantiam la Patria. È un gelido
Silente cimitero;
Ondeggia innanzi al portico
Un drappo giallo e nero
Lo affolla una miriade
D’ombre di schiavi e re.
Un uom dal seggio logoro
Veglia le tombe ree,
Sir di coscienze, pallido
Imperador d’idee
Tricoronato vantasi,
Senza corona egli è.»
Le son quel che sono; ma sarà anche la povertà di ventisei anni che sono scritte, e nondimeno sanno di oggi. La data precisa non la saprei dire, perchè di quelle tante poesie, dopo fatte, non ne ò saputo più nuova. Ma i miei benedetti amici, che allora aveano quei benedetti vent’anni (dico dei vivi, perchè Dio me ne à tolti tanti!), ricordano e data e versi. I quali poi, chi li volesse vedere, ànno da essere di certo negli archivi della polizia austriaca, che tiene con materna inquieta sollecitudine conto esatto di tutto. La quale, mi ricordo, in quel tempo à avuto la bontà d’invitarmi da lei, per la sola onesta curiosità di sapere se ne fossi per caso l’autore. Anzi d’allora in poi, non so perchè, ci siamo un po’ rotti; e lo siam tuttavia."

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Autore

Nome: Aleardo Aleardi
Periodo: 1812-1878
Categoria: Ottocento
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Opera

Titolo: Canto politico
Edizione: Aleardi, Aleardo, Canto politico, in Id., Canti, Firenze, Barbèra, pp. 343-379.
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Luogo

Nome: Palazzo del Bo (Università degli Studi di Padova)
Indirizzo: Via VIII Febbraio, 2, 35122 Padova PD, Italia
Coordinate: 45.40708207315372, 11.877226285784408
Descrizione:
Sede storica centrale dell’Università a partire dal 1493, Palazzo del Bo è uno dei complessi edilizi più antichi e suggestivi di Padova. Oggi è sede del Rettorato e della Scuola di Giurisprudenza. Si compone di più corpi di fabbrica, articolati attorno a due cortili principali: quello cinquecentesco, detto "Cortile Antico", le cui mura sono ricoperte di antichi stemmi e su cui affacciano la maestosa Aula Magna e il primo Teatro Anatomico stabile al mondo (1595); e il novecentesco "Cortile Nuovo", che immette ad una serie di ambienti decorati da grandi esponenti dell’arte italiana sotto la supervisione dell'architetto e designer milanese Gio Ponti.
Dal Cortile Antico si accede al piano superiore attraverso uno scalone, dove è collocata la statua opera dello scultore Bernardo Tabacco dedicata a Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, nominata Magistra et doctrix in Philosophia a Padova nel 1678; si passa poi alla Sala dei Quaranta, che prende il suo nome dai 40 ritratti di celebri studenti stranieri dell’Università vissuti a Padova tra il Duecento e l’Ottocento, dove è conservata la Cattedra di Galileo, dalla quale, secondo la tradizione, lo scienziato teneva le sue lezioni. La sala introduce all’Aula Magna, assegnata ai giuristi, ma in realtà vi faceva eccezionalmente lezione anche Galileo. Dalla loggia superiore del Cortile Antico è possibile accedere anche al cinquecentesco Teatro Anatomico, realizzato durante il magistero del docente Girolamo Fabrici d’Acquapendente, e da qui alla Sala di medicina, riservata oggi alla discussione delle tesi di laurea. Prima di stabilirsi nel Palazzo del Bo nel 1493, l'Università di Padova non aveva una sede fissa e stabile: le lezioni si svolgevano in abitazioni private o in edifici affittati nel centro della città.
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