Connessione Letteraria #105

Giovanni Boccaccio • Vite di Petrarca, Pier Damiani e Livio

Estratto Letterario

"Pauca de T. Livio a Iohanne Boccaccio collecta
T. Livius inter ceteros cuiuscunque evi scriptores clarissimus hystoriographus fuit. Hic, ut nonnullis placet, anno secundo olympiadis CLXXX Patavi ex clara familia honestisque parentibus natus est. Qui, cum iam doctrinis eruditus et etate provectus esset, Romam se conferens et equestri ascriptus ordini, ad scribendas romanorum hystorias animum apposuit, visisque eorum annalibus et scriptorum qui se precesserant voluminibus, et superfluis omissis, tanta cum fide ac veritate et elegantia stili, tam solida atque succiplena oratione, tamque decora atque pellucida continuatione CXLII libros scripsit, ut nil medium aut finis tam ingentis operis a principio differre videatur. Sumpsit enim initium ab urbe condita et in id usque tempus protraxit hystoriam, in quo Drusus Tiberii Cesaris frater, bellum adversus Germanos gerens, cruris fractura mortuus est, quod circa olympiadem CLXXXXIII Octaviano Augusto imperante gestum creditur. Et sunt qui existiment eum Patavi tantum scripsisse ac Romam librariis seu bibliotecarum custodibus decadas misisse, nec quenquam eo scribente secum conferre potuisse; alii vero non Patavi tantum, sed Rome aliquando seu ruri, apud quod haud longe Roma sibi solitariam mansionem delegerat. Huius tam celebris splendidaque longe lateque fama fuit, ut ab extremis orbis partibus nonnullos ad se tanquam divinum hominem visendum adeo ardenti desiderio pellexerit, ut venientes neglecta Roma tunc rerum domina, si abesset, illum extra perquirerent, ut liquido vir sanctissimus atque doctissimus Ieronimus romane Ecclesie presbiter cardinalis in proemio Biblie in eius eximiam laudem testatur dicens: «Ad T. Livium lacteo eloquentie fonte manantem ex ultimis Hispanie Galliarumque finibus quosdam venisse nobiles legimus, et quos ad contemplationem sui Roma non traxerat, unius hominis fama perduxit. Habuit illa etas inauditum omnibus seculis celebrandumque miraculum, ut urbem tantam ingressi, ali ud extra urbem quererent». Demum, cum LXXVII sue etatis annum ageret, anno Tiberii Cesaris IIIl Patavi vite ac labori subtractus est, et ibidem cives sui sepultum volunt, producentes lapidem unum ab agricultore agrum secus civitatem altius solito fodiente diebus nostris compertum, in quo he leguntur littere: «V. F. T. LIVIUS LIVIAE T. F. QUARTAE L. HALYS CONCORDIALIS PATAVI SIBI ET SUIS OMNIBUS», quas in suum epytaphium sculptas credunt. Is autem lapis, vetusta purgatus carie et litteris in primam formositatem redactis, iussu incliti viri lacobi de Carraria tunc Patavi imperantis, apud monasterium Sancte lustine virginis in pariete vestibuli ecclesie affixus in hodiernum usque videtur. "

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Autore

Nome: Giovanni Boccaccio
Periodo: 1313-1375
Categoria: Trecento
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Opera

Titolo: Vite di Petrarca, Pier Damiani e Livio
Edizione: G. Boccaccio, Vite di Petrarca, Pier Damiani e Livio, a cura di R. Fabbri, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, a cura di V. Branca, Vol. V, t. I, Milano, Mondadori, pp. 879-962.
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Luogo

Nome: Palazzo della Ragione
Indirizzo: Piazza delle Erbe, 35100 Padova PD, Italia
Coordinate: 45.40723610643506, 11.875277754324248
Descrizione:
Il Palazzo della Ragione era l'antica sede dei tribunali cittadini e del mercato coperto di Padova. La parte inferiore era già esistente nel 1166, ma si stima che sia stato eretto tra il 1218 e il 1219, e tra il 1306 e il 1309 Giovanni degli Eremitani fece aggiungere il porticato e le logge e fece innalzare la copertura a cui diede la caratteristica forma di carena di nave rovesciata. Il piano superiore è occupato da quella che è stata la più grande sala pensile del mondo, detta "Salone", che misura circa 80 metri per 27 e ha un'altezza di quasi 40 metri, con soffitto ligneo a carena di nave. Il piano inferiore ("sotto il Salone") ospita invece lo storico mercato coperto della città che, con i suoi otto secoli di storia, è il mercato coperto più antico d'Europa. Il palazzo oggi fa parte dei musei civici di Padova e dal 2021 è incluso tra i patrimoni dell'umanità dell'UNESCO grazie agli affreschi presenti nel Salone, realizzati in origine da Giotto e rifatti dopo l'incendio del 1420. Il ciclo pittorico originale è stato attribuito a Giotto, che all'inizio del XIV secolo decorò le volte delle tre sale in cui era suddiviso il Salone con motivi astrologici, soggetti religiosi e figure allegoriche. Dopo l'incendio del 1420, il palazzo fu ricostruito senza le pareti divisorie nel piano degli affreschi, con una sala unica appoggiata su archi e pilastri con volte a crociera, secondo il progetto dell'architetto Bartolomeo Rizzo, esperto in costruzioni navali. Il nuovo grande Salone venne decorato da un grandioso ciclo di affreschi a soggetto astrologico sulla traccia di quelli preesistenti, che erano basati sugli studi di Pietro d'Abano, e furono realizzati tra il 1425 e il 1440 da Niccolò Miretto e Stefano da Ferrara. Sono presenti anche (all'angolo est-sud) superstiti figurazioni sacre di Giusto de' Menabuoi. Nella sala è conservato oggi anche un gigantesco cavallo ligneo, copia rinascimentale di quello del monumento al Gattamelata di Donatello, regalato al comune dalla famiglia Emo Capodilista l'11 dicembre 1837. Il cavallo era stato commissionato dai Capodilista per una spettacolare parata a Padova del 1466 e venne quindi tenuto nel palazzo di famiglia fino alla donazione, ma primo della testa e della coda. Fu portato in Salone e il restauro fu affidato allo scultore Antonio Rinaldi, che intagliò i pezzi mancanti e il cavallo tornò al suo splendore originario, diventando uno dei segni distintivi del Salone. Nel Salone è installato inoltre un esemplare di pendolo di Foucault formato da un filo lungo 20 metri fissato alla volta, con appesa una sfera in acciaio e alluminio del peso di 13 kg. Ancora, sul pavimento, lungo l'asse sud-nord, si trova una striscia bianca e nera raffigurante il 12º meridiano che passa per Padova. Sulla parete a est, invece, si trova una lapide tombale risalente all'Antica Roma, attribuita a Tito Livio, e il medaglione raffigurante l'esploratore padovano Giovan Battista Belzoni. Nelle vicinanze è conservata la pietra del Vituperio, su cui i debitori insolventi erano obbligati a sedersi per tre volte annunciando la rinuncia ai propri beni per poi venire esiliati. Prima di sedersi erano costretti a spogliarsi e a restare in camicia e mutande, pratica che è all'origine della popolare espressione "restare in braghe de tea" ("restare in pantaloni di tela"). Sempre vicino alla parete est, ai fianchi della porta di accesso agli uffici comunali erano collocate due statue della dea egiziana Sekhmet, donate nell'Ottocento da Belzoni che le aveva portate con sé dall'Egitto, e che sono poi state trasferite al Museo archeologico di Padova. Si accede al Salone, di forma trapezoidale come il resto dell'edificio, mediante quattro scalinate che hanno inizio in corrispondenza degli angoli del palazzo e che prendono il nome dalle attività tenute in passato in quelle quattro zone del mercato: le scale degli uccelli e del vino sul lato di piazza delle Erbe, e quelle della frutta e dei ferri lavorati dalla parte di piazza della Frutta. Una curiosità: sul lato orientale il Palazzo della Ragione è collegato al Palazzo Comunale da un grande passaggio ad arco noto come Volto della Corda, che ha preso questo nome perché sotto l'arco venivano colpiti sulla schiena con una corda gli imbroglioni e i debitori insolventi. L'angolo del palazzo sotto al Volto della Corda è chiamato "Canton delle busie" ("Angolo delle bugie"), perché era il luogo dove si incontravano i commercianti. Nei pressi del Volto sono scolpite su pietra bianca le antiche misure padovane, che servivano a quel tempo ai clienti per non farsi imbrogliare dai venditori. È stato invece da lungo tempo eliminato il passaggio sul lato opposto conducente al Palazzo delle Debite, che era sede del carcere per i debitori insolventi. Il Salone è oggi utilizzato per importanti esposizioni artistiche, conferenze ed eventi.
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