Connessione Letteraria #104

Francesco Petrarca • Epystolae familiares

Estratto Letterario

"Ad Titum Livium historicum. [Padova, 22 febbraio 1350]
Franciscus Tito Livio salutem. Optarem, si ex alto datum esset, vel me in tuam vel te in nostram etatem incidisse, ut vel etas ipsa vel ego per te melior fierem et visitatorum unus ex numero tuorum, profecto non Romam modo te videndi gratia, sed Indiam ex Galliis aut Hispania petiturus. Nunc vero qua datur te in libris tuis video, non equidem totum sed quatenus nondum seculi nostri desidia periisti. Centum quadraginta duos rerum romanarum libros edidisse te novimus, heu quanto studio quantisque laboribus! Vix triginta ex omnibus supersunt. O mos pessimus nosmet ipsos de industria fallendi! Triginta dixi quia omnes vulgo id dicunt, ego autem deesse unum his ipsis invenio: novem et viginti sunt, plane tres decades, prima tertia et quarta, cui librorum numerus non constat. In his tam parvis tuis reliquiis exerceor quotiens hec loca vel tempora et hos mores oblivisci volo, et semper acri cum indignatione animi adversus studia hominum nostrorum, quibus nichil in precio est nisi aurum et argentum et voluptas, que si in bonis habenda sunt, multo plenius multoque perfectius non tantum mute pecudis sed immobilis etiam et insensibilis elementi quam rationalis hominis bonum erit. Verum hec et longa et nota materia est; nunc vero tibi potius tempus est ut gratias agam cum pro multis tum pro eo nominatim, quod immemorem sepe presentium malorum seculis me felicioribus inseris, ut inter legendum saltem cum Cornelius, Scipionibus Africanis, Leliis, Fabiis Maximis, Metellis, Brutis, Deciis, Catonibus, Regulis, Cursoribus, Torquatis, Valeriis Corvinis, Salinatoribus, Claudiis Marcellis, Neronibus, Emiliis, Fulviis, Flaminiis, Atiliis, Quintiis ac Camillis, et non cum his extremis furibus, inter quos adverso sidere natus sum, michi videar etatem agere. Et o si totus michi contingeres, quibus aliis quantisque nominibus et vite solatium et iniqui temporis oblivio quereretur! Que quoniam simul apud te nequeo, apud alios sparsim lego, presertim in eo libro ubi te totum sed in angustias sic coactum video ut librorum numero nichil, rebus ipsis infinitum desit. Tu velim de antiquioribus Polibium et Quintum Claudium et Valerium Antiatem reliquosque quorum glorie splendor tuus officit; de novis autem Plinium Secundum veronensem vicinum tuum, atque emulum quondam tuum Crispum Salustium salutes, quibus nuntia nichilo feliciores eorum vigilias fuisse quam tuas. Eternum vale, rerum gestarum memorie consultor optime.
Apud superos, in ea parte Italie et in ea urbe in qua natus et sepultus es, in vestibulo Iustine virginis et ante ipsum sepulcri tui lapidem, VIII Kalendas Martias, anno ab Illius ortu quem paulo amplius tibi vivendum erat ut cerneres vel audires natum, MCCCLI. "

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Autore

Nome: Francesco Petrarca
Periodo: 1304-1374
Categoria: Trecento
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Opera

Titolo: Epystolae familiares
Edizione: F. Petrarca, Opera omnia, a cura di P. Stoppelli, Roma, Lexis Progetti Editoriali
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Luogo

Nome: Palazzo della Ragione
Indirizzo: Piazza delle Erbe, 35100 Padova PD, Italia
Coordinate: 45.40723610643506, 11.875277754324248
Descrizione:
Il Palazzo della Ragione era l'antica sede dei tribunali cittadini e del mercato coperto di Padova. La parte inferiore era già esistente nel 1166, ma si stima che sia stato eretto tra il 1218 e il 1219, e tra il 1306 e il 1309 Giovanni degli Eremitani fece aggiungere il porticato e le logge e fece innalzare la copertura a cui diede la caratteristica forma di carena di nave rovesciata. Il piano superiore è occupato da quella che è stata la più grande sala pensile del mondo, detta "Salone", che misura circa 80 metri per 27 e ha un'altezza di quasi 40 metri, con soffitto ligneo a carena di nave. Il piano inferiore ("sotto il Salone") ospita invece lo storico mercato coperto della città che, con i suoi otto secoli di storia, è il mercato coperto più antico d'Europa. Il palazzo oggi fa parte dei musei civici di Padova e dal 2021 è incluso tra i patrimoni dell'umanità dell'UNESCO grazie agli affreschi presenti nel Salone, realizzati in origine da Giotto e rifatti dopo l'incendio del 1420. Il ciclo pittorico originale è stato attribuito a Giotto, che all'inizio del XIV secolo decorò le volte delle tre sale in cui era suddiviso il Salone con motivi astrologici, soggetti religiosi e figure allegoriche. Dopo l'incendio del 1420, il palazzo fu ricostruito senza le pareti divisorie nel piano degli affreschi, con una sala unica appoggiata su archi e pilastri con volte a crociera, secondo il progetto dell'architetto Bartolomeo Rizzo, esperto in costruzioni navali. Il nuovo grande Salone venne decorato da un grandioso ciclo di affreschi a soggetto astrologico sulla traccia di quelli preesistenti, che erano basati sugli studi di Pietro d'Abano, e furono realizzati tra il 1425 e il 1440 da Niccolò Miretto e Stefano da Ferrara. Sono presenti anche (all'angolo est-sud) superstiti figurazioni sacre di Giusto de' Menabuoi. Nella sala è conservato oggi anche un gigantesco cavallo ligneo, copia rinascimentale di quello del monumento al Gattamelata di Donatello, regalato al comune dalla famiglia Emo Capodilista l'11 dicembre 1837. Il cavallo era stato commissionato dai Capodilista per una spettacolare parata a Padova del 1466 e venne quindi tenuto nel palazzo di famiglia fino alla donazione, ma primo della testa e della coda. Fu portato in Salone e il restauro fu affidato allo scultore Antonio Rinaldi, che intagliò i pezzi mancanti e il cavallo tornò al suo splendore originario, diventando uno dei segni distintivi del Salone. Nel Salone è installato inoltre un esemplare di pendolo di Foucault formato da un filo lungo 20 metri fissato alla volta, con appesa una sfera in acciaio e alluminio del peso di 13 kg. Ancora, sul pavimento, lungo l'asse sud-nord, si trova una striscia bianca e nera raffigurante il 12º meridiano che passa per Padova. Sulla parete a est, invece, si trova una lapide tombale risalente all'Antica Roma, attribuita a Tito Livio, e il medaglione raffigurante l'esploratore padovano Giovan Battista Belzoni. Nelle vicinanze è conservata la pietra del Vituperio, su cui i debitori insolventi erano obbligati a sedersi per tre volte annunciando la rinuncia ai propri beni per poi venire esiliati. Prima di sedersi erano costretti a spogliarsi e a restare in camicia e mutande, pratica che è all'origine della popolare espressione "restare in braghe de tea" ("restare in pantaloni di tela"). Sempre vicino alla parete est, ai fianchi della porta di accesso agli uffici comunali erano collocate due statue della dea egiziana Sekhmet, donate nell'Ottocento da Belzoni che le aveva portate con sé dall'Egitto, e che sono poi state trasferite al Museo archeologico di Padova. Si accede al Salone, di forma trapezoidale come il resto dell'edificio, mediante quattro scalinate che hanno inizio in corrispondenza degli angoli del palazzo e che prendono il nome dalle attività tenute in passato in quelle quattro zone del mercato: le scale degli uccelli e del vino sul lato di piazza delle Erbe, e quelle della frutta e dei ferri lavorati dalla parte di piazza della Frutta. Una curiosità: sul lato orientale il Palazzo della Ragione è collegato al Palazzo Comunale da un grande passaggio ad arco noto come Volto della Corda, che ha preso questo nome perché sotto l'arco venivano colpiti sulla schiena con una corda gli imbroglioni e i debitori insolventi. L'angolo del palazzo sotto al Volto della Corda è chiamato "Canton delle busie" ("Angolo delle bugie"), perché era il luogo dove si incontravano i commercianti. Nei pressi del Volto sono scolpite su pietra bianca le antiche misure padovane, che servivano a quel tempo ai clienti per non farsi imbrogliare dai venditori. È stato invece da lungo tempo eliminato il passaggio sul lato opposto conducente al Palazzo delle Debite, che era sede del carcere per i debitori insolventi. Il Salone è oggi utilizzato per importanti esposizioni artistiche, conferenze ed eventi.
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