Connessione Letteraria #323

Diego Valeri • Città materna

Estratto Letterario

"Il mio Pra' della Valle non è, direi, un luogo nello spazio; sì, piuttosto, un luogo nel tempo. Nel tempo, cioè nel passato, cioè nel ricordo; cioè nel mio cuore, a cui le lontane memorie, via via che fuggono gli anni, vengon facendosi sempre più vicine e presenti. Non è, si capisce, il Pra' della Valle dei turisti e delle cartoline illustrate; e non ha niente da spartire con quello degli esteti, i quali, suggestionati ancora da D'Annunzio, s'immaginano che i platani sian 'olmi', e che le statue di pietra tenera sian nientemeno che 'marmi'. [...] La prima immagine del Pra' della Valle, che posso distinguere dentro di me, è certamente anteriore all'incontro con qualunque libro e perfino all'invenzione dell'alfabeto... Una cosa immensa, carica di mistero, quasi angosciosa; eppur beatificante. Gli alberi si levano così alto che veramente toccano il cielo, e quel giro di palazzi all'intorno è come il limite ultimo del mondo, oltre il quale esiste soltanto il borgo di Santa Croce, dove mi aspettano la mia casa e la mia mamma. [...] Mi par di essere stato sempre solo, allora: solo con quella luce estatica che, a ripensarla adesso la vedo ferma, fissata, immutabile, nonostante il suo continuo variare. Verso sera, sì, avveniva un mutamento che ancor oggi rivedo. Il sole saliva su su per i gran tronchi, si raccoglieva sui rami estremi, dileguava dentro il cielo alto, trasparente. Il prato si velava d'improvviso di vapori pallidi che fumavano dall'erba incupita d'umidità; e allora bisognava andarsene, ripercorrendo il viale rivarcando il ponte, e poi, attenti alle carrozze attraversando il largo spiazzo esterno, fino all'imbocco del borgo. Credo di aver sentito in quelle sere, in qualcuna di quelle sere di maggio, il canto del cucù; con un palpito di strana commozione, a cui ora darei il nome di panica. Alla stessa epoca appartiene certo anche un Pra' della Valle notturno, che mi ritrovo dentro associato a contrasto con la visione abbagliante di una sala tutta luci, piena di ballerini e di maschere. Si tornava, forse, da quella festa: io, sfinito dal sonno, trascinavo le gambe dietro il passo dei miei genitori. A occhi socchiusi scorgevo, da sotto i portici della Loggia Amulea, l'enorme massa nera degli alberi, accampata dentro la tenebra turchina, e le tremule fiammelle d'oro dei fanali a gas sparse in quella solitudine paurosa. Uno spicchio di luna senza colore, come morta, stava sospeso sopra i neri cupoloni del Santo... Ahimè, non c'è surrealismo, né realismo magico, né altra cabala letteraria che possa soccorrermi a descrivere una memoria così intimamente confusa col sogno. Più avanti nel tempo, ai miei sette otto anni, il Pra' della Valle mi diventa un campo di giuochi inebrianti e clamorosi. [...] Si vola da un capo all'altro del gran prato, gridando a squarciagola. È il giuoco della 'bandiera', nel quale io mi distinguo per la gamba veloce e per il facile salto delle 'seghette', mentre altri domina per la potenza degli spintoni o per l'impiego frodolento degli sgambetti: donde ruzzoloni, sbucciature ai ginocchi, e battaglie di cazzotti. Altre volte si fa partita a due, gareggiando nel salto dei grossi paracarri a piè dei ponti, o camminando sugli angusti listelli di pietra che girano dietro i basamenti delle statue, specie di cenge, sospese sull'acqua del canale. (Lo avesse saputo la mamma, che si fidava tanto del mio giudizietto!). Ma il Pra' della Valle non sarebbe, ora, quel mondo di meraviglie che è, se non accogliesse ai suoi margini, verso Santa Giustina, le giostre e i casotti della fiera. Sono i giorni del Santo, e tutto il prato è invaso dai cavalli; schioccano le fruste, gli zoccoli tambureggiano sul terreno, di qua e di là si levano scroscianti nitriti, grida di sensali, antifone di venditori ambulanti, gloriosi scampanii di chiese. [...] Dieci, dodici anni: la bicicletta. Certe mattine d'inverno, prima di andare a scuola (dunque verso le otto, tra lusco e brusco) su quella gran pista del prato facevo folli esercizi di velocità e di acrobazia ciclistica, sorvegliato dai platani amici, soli spettatori delle mie prodezze. L'aria era nebbiosa, il gelo bruciava le mani senza guanti, io ero tutto in sudore; ma il buon Dio dei ragazzini, da sopra i platani, mi teneva certo nella sua santa custodia. [...] Il mio Pra' della Valle veniva ormai assomigliandosi a quello di tutti. Cominciavo a interessarmi delle statue, a riconoscere Livio e Andrea Memmo e Galileo, e gli altri illustrissimi. Allora appunto venne fuori il sonetto di D'Annunzio a confondermi le idee, a scandalizzarmi con quell'inaspettato finale del 'giardin d'Armida... Non so ora; ma ai miei tempi in terza ginnasio si leggeva la Gerusalemme; io m'ero già fatto, dunque, seguendo (sull'edizione purgata) l'avventuroso cammino di Carlo e di Ubaldo, una certa immagine del meraviglioso giardino [...] Il mio Pra' della Valle, quello delle partite a 'bandiera', dei casotti, delle bighe e dei cucù primaverili, non poteva assolutamente adattarsi alla trasfigurazione dannunziana. Una cosa il Pra' della Valle, un'altra il giardin d'Armida: non c'era modo di confonderli in uno. E fu così che, fino ab initio, insieme con la debita ammirazione, il più celebre poeta del mio tempo m'ispirò una certa, debbo dir salutare, diffidenza. "

Dettagli Connessione

Luogo rappresentato e luogo biografico
Visitabile

Autore

Nome: Diego Valeri
Periodo: 1887-1976
Categoria: Novecento
Visualizza Autore

Opera

Titolo: Città materna
Edizione: D. Valeri, Città materna, Città di Castello, Ronzani Editore-Padova University Press
Visualizza Opera

Luogo

Nome: Prato della Valle
Indirizzo: Piazza Prato della Valle, Madonna Pellegrina, Padova, Province of Padua, Veneto, Italia
Coordinate: 45.398307, 11.876317
Descrizione:
Il Prato della Valle è la principale piazza della città e una delle più grandi d'Europa (88620 mq). La piazza, che dà origine al detto che Padova è la città del "prato senza erba", è in realtà un grande spazio monumentale caratterizzato da un'isola verde centrale, chiamata Isola Memmia, in onore del podestà che commissionò i lavori, Andrea Memmo, circondata da un canale ornato da un doppio basamento di statue numerate di celebri personaggi del passato; secondo il progetto originario, questi dovevano essere 88, ma oggi possiamo ammirare 78 statue con 8 piedistalli sormontati da obelischi e 2 vuoti.
In epoca romana la pizza fu sede di un vasto teatro, lo Zairo, e di un circo per le corse dei cavalli. Il circo, nell'epoca delle persecuzioni contro i primi cristiani, fu utilizzato per i combattimenti. Qui furono martirizzati due dei quattro patroni della città, Santa Giustina e San Daniele. Nel Medioevo fu invece sede di fiere, giostre, feste pubbliche e gare, come le corse dei "sedioli", una sorta di biga tipicamente padovana (la cui tradizione continuò almeno fino alla prima metà del Novecento), o il "castello d'amore", che si concludeva con la conquista di ragazze da marito da parte di giovani provenienti da tutto il Veneto. Sebbene si trovasse a ridosso delle mura della città, continuò a mantenere per lungo tempo il suo aspetto paludoso e malsano, dovuto alla conformazione del terreno che gli faceva assumere quell'aspetto di valle che ne giustifica il nome. Fu appunto Andrea Memmo, nel 1775, a promuoverne la bonifica e a creare una canalizzazione sotterranea destinata a far defluire le acque dell'anello centrale, oltre che a concepire il progetto (rimasto parzialmente incompiuto) monumentale. Le statue su piedistallo che adornano la piazza, 38 lungo l'anello interno all'Isola Memmia e 40 lungo quello esterno, furono scolpite in pietra di Costozza tra il 1775 e il 1883 da diversi artisti. Esse rappresentano i più illustri figli della città, padovani di nascita o d'adozione, e ricordano professori e studenti che onorarono la città e lo Studio padovano. Solo gli spazi dell'ingresso ai quattro ponti furono riservati a personaggi politici, a Dogi e Papi. La statua numero 44 rappresenta Andrea Memmo e fu innalzata due anni dopo la sua morte, nel 1794, ad opera del padovano Felice Chiereghin. La statua numero 52 del giro interno, invece, è un'opera giovanile di Antonio Canova, di cui l'originale è oggi ai Musei Civici; essa rappresenta Giovanni Poleni, il matematico e fisico veneziano che a soli 25 anni fu insegnante di astronomia e fisica presso la nostra università. Tra le atre statue ricordiamo quelle di Torquato Tasso, Pietro D'Abano, Andrea Mantegna, Ludovico Ariosto, Francesco Petrarca, Galileo Galilei, Giovanni Dondi dell'Orologio, Antonio Canova stesso e Antenore, che, secondo il mito, fu il fondatore di Padova. Dopo l'Unità d'Italia, quest'area era stata ribattezzata Piazza Vittorio Emanuele II, ma è prevalso il nome storico o più semplicemente "il Prato", come lo chiamano i padovani. Nonostante fosse tradizionalmente noto come "il prato senza erba", a causa della carenza di erba dovuta alla presenza di troppi alberi, oggi è invece completamente erboso, poiché degli originali alberi ne è sopravvissuto solamente uno. Luogo di mercato almeno già dal 1077, il Prato nel progetto memmiano doveva essere un nuovo centro commerciale cittadino, uno spazio adatto per fiere e manifestazioni: così, ancora oggi, rimane luogo di ritrovo principale per gli eventi dedicati alla cittadinanza padovana, il Prato continua ad ospitare ancora oggi importanti mercati, fiere e manifestazioni.
Visualizza Luogo