Connessione Letteraria #125

Sicco Polenton • Epistole di Sicco Polenton

Estratto Letterario

"A Giovanni Veronese [Padova, 10 febbraio 1420]
Sicco Polentonus Iohanni Veronensi iudici p. s. d.
Quantum doloris et molestie animo susceperis casu nobilissimi pretorii nostri, plene cognovi ex tua epistola, quam amicissimis et lacrimosis verbis pro tuo summo erga me studio ac civitatis amore ad me scriptam accepi. res certe miseranda et lacrimis digna, quam deflere possint debeantque non modo Patavini, quibus precipue hec pestis fuit, verum etiam Itali omnes atque nationes extere, quique alterius glorie, laudis, honoris aut hostes aut invidi non sunt. quis enim tam lapideo corde durus, quis tam acerbus, quis adeo crudus et omni ab humanitate alienus, qui mo lestiam hanc ferat animo equo atque non deploret incendio et subito incendio exarsisse pretorium hoc, quod huic urbi, quod nomini latino, quod orbi terrarum singulare decus ac monumentum, omnium confessione et diceretur et esset? heu, fallacem hominum spem, heu, fragilem fortunam, heu, laborem nostrum inanem! en opus egregium, quod perpetuum et stabile semper putaremus, ducentesimum vix annum excessit. Christi nanque optimi atque eterni dei anno .M.CC.XVIII. ceptum esse, postea vero .M.CC.XVIIII. perfectum, civitate ista libera tunc et opulentissima, annales dicunt. [...] ignis vero sitne ma litia vel negligentia ortus, nemo satis intelligit. aliter alii, uti dubia in re quisque solemus, opinantur. sed quantum existimant coniectura, qui hac in civitate primarii homines et sapientes sunt, ortus ignis est negligentia cuiusquam, qui ad noctem locaverit non satis extinctos carbunculos, qui frigoris causa in ipsis vel opificum officinis vel sta tione vigilum per diem tenentur. illud plane constat ex hiis, qui perceperunt oculis prima signa incendii, quod, vix dum vacuo foro, primis tenebris tantum fumi, atque tam densi et olentis fumi, apud telarias, ubi mediterraneum iter habetur, visum est, quod neque flammam videre ne que intrare posset quisquam. Palinuri verbis utar, qui in Curculione Plauti, elegantissimi et antiquissimi comici, ait: "semper, tu scito, flamma fumo est proxima. fumo comburi nichil potest, flamma potest". denique multo atque vehementissimo impetu flamma specu refracto egressa est. subinde, palpebre pene motu velocius, omnia; incredibile dictu; pervasit, occupavit, flagravit, ut nulla pars vacua ardore, fumo, fetore videretur; sed omnia uno tempore, unis facibus urerentur. o diem infelicem! si fas est infelicem dici diem, qua puri ficatio colatur beatissime Virginis matris dei. festus qui dem haudquaquam dies, verum infestus semper et Patavinis perpetuo memorandus tante cladis accepte memoria, februi huius .IIII. nonas. itaque, ut plura non dicam, audi quo mirum in modum admirabere. tribus horis lignorum tanta magnitudo tantaque moltitudo, infinita et innume rabilis esset, tanquam deo irato et fatis iubentibus, in cinerem versa est tanta celeritate, ut populi huius, qui studio adiuvandi, tubis, campanis, vocibus excitatus, frequentissimus venit, cineres multi, ignem pauci viderent, quod ligna illa, que laricea, vetusta, sicca essent, palea rum in modum primo ardore ipso exusta sint. quid dicam, Iohannes? dicto citius eminentissimus ille arcus liquefacto plumbo decidit. nichil penitissime ligni usquam relictum, muros in presentia denudatos videres; catenas illas maximas, murorum vincula, pendentes, distortas, ruptas videres. vestibula corruptis igne columnis alicubi delapsa videres. heu, quam acerba recordatio ista! itaque scribenti michi hec dabis veniam, si minus accurate atque ineptius, quam expectatio tua et dignitas rei deposcit, loquor. equidem apud te non mentiar: calamitas ista me adeo occupavit, alienavit, perturbavit, quod neque dicendi ratio neque faciendi quidquam voluntas ulla sit. comploramus univers et cives, qui huius domicilii honore et gloria singulari uteremur. et advene ipsi. qui tantam excellentiam admirari et contemplari solerent. non est omnium ullus, qui publicam hanc iacturam non defleat; non est qui, tanquam domestico in luctu, non gemat; non est qui cervice dimissa quasi amens non eat. nos vero qui forensi negocio stipe paulo ante fruebamur, in presentia casu isto et or bitate profligati, preter comunem animi perturbationem, quam maximam esse publico privatoque merore puta, non aliter, quam columbi depulsi nido, vagamur. nulli certa sedes, nulli certus conveniendi locus, nulli certa cura. iacturam maximam tanti ornamenti quisquam videt, intelligit, cognoscit. ubi, ubi tantum iusticium, ubi talis pretoria domus? nullibi esse similem etiam peregrini dicunt. sed qui animo metiri volunt, quantum civitas hec ledatur, non parvi faciunt scripturas, que in cancellis servarentur, quod vix ulle conservate sint. hinc enim fo menta oriuntur multarum litium, que loquentibus litteris conticebant. michi crede, Iohannes, longe maius, quam quis animo cogitet, damnum est. missa facio ornamenta picturarum, pretereo subsellia scribarum, taceo tribunalia iudicum. "

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Autore

Nome: Sicco Polenton
Periodo: 1376-1447 c.
Categoria: Quattrocento
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Opera

Titolo: Epistole di Sicco Polenton
Edizione: S. Polenton, Epistolae, in Id., La Catinia, le Orazioni e le Epistole, edite ed illustrate da A. Segarizzi, Bergamo, Istituto Italiano d'Arti grafiche, pp. 74-128
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Luogo

Nome: Palazzo della Ragione
Indirizzo: Piazza delle Erbe, 35100 Padova PD, Italia
Coordinate: 45.40723610643506, 11.875277754324248
Descrizione:
Il Palazzo della Ragione era l'antica sede dei tribunali cittadini e del mercato coperto di Padova. La parte inferiore era già esistente nel 1166, ma si stima che sia stato eretto tra il 1218 e il 1219, e tra il 1306 e il 1309 Giovanni degli Eremitani fece aggiungere il porticato e le logge e fece innalzare la copertura a cui diede la caratteristica forma di carena di nave rovesciata. Il piano superiore è occupato da quella che è stata la più grande sala pensile del mondo, detta "Salone", che misura circa 80 metri per 27 e ha un'altezza di quasi 40 metri, con soffitto ligneo a carena di nave. Il piano inferiore ("sotto il Salone") ospita invece lo storico mercato coperto della città che, con i suoi otto secoli di storia, è il mercato coperto più antico d'Europa. Il palazzo oggi fa parte dei musei civici di Padova e dal 2021 è incluso tra i patrimoni dell'umanità dell'UNESCO grazie agli affreschi presenti nel Salone, realizzati in origine da Giotto e rifatti dopo l'incendio del 1420. Il ciclo pittorico originale è stato attribuito a Giotto, che all'inizio del XIV secolo decorò le volte delle tre sale in cui era suddiviso il Salone con motivi astrologici, soggetti religiosi e figure allegoriche. Dopo l'incendio del 1420, il palazzo fu ricostruito senza le pareti divisorie nel piano degli affreschi, con una sala unica appoggiata su archi e pilastri con volte a crociera, secondo il progetto dell'architetto Bartolomeo Rizzo, esperto in costruzioni navali. Il nuovo grande Salone venne decorato da un grandioso ciclo di affreschi a soggetto astrologico sulla traccia di quelli preesistenti, che erano basati sugli studi di Pietro d'Abano, e furono realizzati tra il 1425 e il 1440 da Niccolò Miretto e Stefano da Ferrara. Sono presenti anche (all'angolo est-sud) superstiti figurazioni sacre di Giusto de' Menabuoi. Nella sala è conservato oggi anche un gigantesco cavallo ligneo, copia rinascimentale di quello del monumento al Gattamelata di Donatello, regalato al comune dalla famiglia Emo Capodilista l'11 dicembre 1837. Il cavallo era stato commissionato dai Capodilista per una spettacolare parata a Padova del 1466 e venne quindi tenuto nel palazzo di famiglia fino alla donazione, ma primo della testa e della coda. Fu portato in Salone e il restauro fu affidato allo scultore Antonio Rinaldi, che intagliò i pezzi mancanti e il cavallo tornò al suo splendore originario, diventando uno dei segni distintivi del Salone. Nel Salone è installato inoltre un esemplare di pendolo di Foucault formato da un filo lungo 20 metri fissato alla volta, con appesa una sfera in acciaio e alluminio del peso di 13 kg. Ancora, sul pavimento, lungo l'asse sud-nord, si trova una striscia bianca e nera raffigurante il 12º meridiano che passa per Padova. Sulla parete a est, invece, si trova una lapide tombale risalente all'Antica Roma, attribuita a Tito Livio, e il medaglione raffigurante l'esploratore padovano Giovan Battista Belzoni. Nelle vicinanze è conservata la pietra del Vituperio, su cui i debitori insolventi erano obbligati a sedersi per tre volte annunciando la rinuncia ai propri beni per poi venire esiliati. Prima di sedersi erano costretti a spogliarsi e a restare in camicia e mutande, pratica che è all'origine della popolare espressione "restare in braghe de tea" ("restare in pantaloni di tela"). Sempre vicino alla parete est, ai fianchi della porta di accesso agli uffici comunali erano collocate due statue della dea egiziana Sekhmet, donate nell'Ottocento da Belzoni che le aveva portate con sé dall'Egitto, e che sono poi state trasferite al Museo archeologico di Padova. Si accede al Salone, di forma trapezoidale come il resto dell'edificio, mediante quattro scalinate che hanno inizio in corrispondenza degli angoli del palazzo e che prendono il nome dalle attività tenute in passato in quelle quattro zone del mercato: le scale degli uccelli e del vino sul lato di piazza delle Erbe, e quelle della frutta e dei ferri lavorati dalla parte di piazza della Frutta. Una curiosità: sul lato orientale il Palazzo della Ragione è collegato al Palazzo Comunale da un grande passaggio ad arco noto come Volto della Corda, che ha preso questo nome perché sotto l'arco venivano colpiti sulla schiena con una corda gli imbroglioni e i debitori insolventi. L'angolo del palazzo sotto al Volto della Corda è chiamato "Canton delle busie" ("Angolo delle bugie"), perché era il luogo dove si incontravano i commercianti. Nei pressi del Volto sono scolpite su pietra bianca le antiche misure padovane, che servivano a quel tempo ai clienti per non farsi imbrogliare dai venditori. È stato invece da lungo tempo eliminato il passaggio sul lato opposto conducente al Palazzo delle Debite, che era sede del carcere per i debitori insolventi. Il Salone è oggi utilizzato per importanti esposizioni artistiche, conferenze ed eventi.
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